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mercoledì 30 aprile 2014

Lei - Recensione


Regia Spike Jonze
Attori Joaquin Phoenix. Amy Adams, Olivia Wilde, Rooney Mara, Chris Pratt.

Trama

In una Los Angeles futuristica, Theodor Twombly conduce una vita solitaria dopo la rottura con la moglie, lavorando come autore di lettere d’amore per conto di altri. Attanagliato dalla solitudine decide di comprare un dispositivo informatico, un OS1, che gli tenga compagnia. Questo sistema operativo è impostato dallo stesso Ted, che decide di chiamarlo Samantha. La relazione con Samantha, seppur solo vocale, diventa sempre più intensa e solida col passare del tempo, tanto che i due raggiungono un’intimità tale da dichiararsi reciprocamente, diventando fidanzati. Le dinamiche del rapporto somigliano in modo inquietante a quelle di una coppia tradizionale, ma come nelle coppie tradizionali il rapporto rischia di incrinarsi anche a causa dell’evidente differenza che intercorre tra i due partner.

Recensione

La solitudine è davvero una brutta bestia, un ostacolo che pone chiunque ad un confronto serrato con se stessi, ma il futuro mostrato da questo splendido film sembra offrire una scappatoia a questo problema. E se un’unità informatica sostituisse uno dei due partner, instaurando con un essere umano una relazione con le stesse dinamiche di una relazione sentimentale tradizionale? Gli organismi artificiali potranno in futuro possedere sentimenti, e se sì, li elaboreranno come facciamo noi? In definitiva: esiste davvero una differenza tra noi e loro? Il film non risolve la matassa con una risposta lineare e netta, ma lascia permanere degli interrogativi pesanti, e solo alla lunga sembra lasciar intravedere una soluzione. Si tratta di un film che supera la dicotomia amore reale / amore virtuale, interrogando il protagonista e lo spettatore a proposito della propria natura in una riflessione sui rapporti umani, prima ancora che su quelli tra uomo e macchina. Una soluzione che giunge al termine di un percorso introspettivo che pone il protagonista davanti all’impossibilità pratica di una relazione interfacciata con un sistema operativo, nonché all’incapacità di relazionarsi con gli altri e di affrontare lo spettro del rifiuto. Theodor non riesce a mettere in pratica l’arte del rapporto che sembra invece essergli congegnale, vista la profonda sensibilità manifestata nella professione che svolge, riducendosi così ad essere un semplice portaborse sentimentale. Con l’arrivo di Samantha tutto cambia, Ted sembra sbocciare, provando timidamente ad uscire dal suo guscio. La loro relazione procede in fretta, e nonostante l’iniziale titubanza anche il sesso è contemplato, nonostante il non piccolo inconveniente dell’assenza fisica di Samantha, supplito però da un’intensità emotiva che prende carne, forma e sostanza in maniera così dirompente da far dimenticare l’assenza di corporeità. La scena dell’amplesso in particolare è un vero capolavoro: un attimo intensissimo in cui, nell’impossibilità di consumare il rapporto in carne ed ossa, la complicità si concentra tutta nella sola sintonia tra le due voci, che deborda facendo esclamare a Samantha: “Mi fai sentire che ho una pelle. Non appena il rapporto si è consumato, in una scena che rimane a schermo totalmente oscurato, la città emerge inaspettata dal buio, come una sterminata vastità di luci artificiali (appunto) che illuminano la notte solitaria di Theodor. Con il rapporto sessuale sembra eliminato il bisogno di una fisicità, la relazione sembra essersi svincolata dalla condanna di essere solo un rapporto platonico e la fisicità diventa quindi un intoppo al conseguimento di un rapporto perfetto, quasi fosse proprio questo l’ostacolo da superare  per raggiungere l’estasi più completa 
Il rapporto di questa coppia sui generis con le altre coppie presenti nel film sembra quindi sostanzialmente simile, ma si ha quasi l’impressione che la cascata sia pronta a sorprendere da un momento all’altro Ted e Samantha, nonostante il fiume sembri essere calmo e navigabile. Si ha la sensazione straniante che la felicità del protagonista troverà di lì a poco un intoppo fatale che ne sgonfierà l’entusiasmo, costringendolo a rivalutare la situazione e a razionalizzare per quanto possibile i suoi sentimenti alla luce delle scoperte cui si troverà davanti durante il corso del film. Questo elemento però non è del tutto differente da quello che caratterizza le coppie normali, che possono in ogni momento andare in contro alla fine della relazione: quindi la fragilità del rapporto diventa un elemento di ulteriore comunanza tra un legame di questo tipo ed uno tradizionale, poiché è sempre la variabile umana a dettare i tempi a seconda della natura del rapporto e dei partner. Beffardamente si può notare come il protagonista abbia deciso di instaurare una relazione di questo tipo proprio per paura del rifiuto, ma anche come le dinamiche alle quali va incontro siano proprio quelle che temeva di dover affrontare, in una storia che  sottolinea in maniera amara come qualsiasi rapporto obblighi ad un’autoanalisi continua nonché ad una costante riscoperta delle proprie incertezze e delle proprie paure, che non può essere in alcun modo rimandata 
C’è poi da sottolineare la performance strepitosa di Joaquin Phoenix, che restituisce al suo personaggio tutte le sfumature di un animo tormentato, frustrato sensibilissimo, conferendogli le caratteristiche tipiche dell’omino con i baffetti, anonimo e solitario, con uno spessore interiore ed una complessità fuori dal comune. I suoi dubbi, i suoi tormenti e i suoi entusiasmi contenuti sono delineati alla perfezione da questo attore che da qualche tempo a questa parte non sbaglia un film, dimostrando di saper convogliare i turbamenti del suo tormentato animo da star incompresa, plasmandoli fino a farli diventare la sostanza delle sue interpretazioni. Va menzionata anche la bravissima Amy Adams che interpreta il personaggio di Amy, collega e amica di Ted. La Adams riesce a comunicare tantissimo con il solo magnetismo dello sguardo in un’interpretazione contenuta e moderata nella quale, nonostante appaia sempre struccata un po’ sbattuta, se possibile arriva a livelli di bellezza e di veridicità difficilmente raggiunti in precedenza.    
La regia è originale, estremamente ispirata e caratterizzata dall’utilizzo di un tono malinconico e trasognato, che non sconfina mai in uno stile incolore o freddo. Spike Jonze (anche sceneggiatore, nonché fresco vincitore dell’Oscar per la migliore sceneggiatura originale) riesce inoltre a portare avanti un discorso estremamente complesso, che avrebbe potuto essere banalizzato se fosse stato ridotto al rapporto uomo-macchina, discorso che invece viene affrontato in maniera estremamente matura dal registache ne amplia gli orizzonti ed alza il tiro a favore di un’analisi antropologia profondissima, che va a toccare in maniera dolorosa e poetica il tema della solitudine e del disadattamento del singolo.  
In definitiva si tratta di un film assolutamente da vedere, come quest’anno se ne sono visti pochi. Consigliatissimo. 

Voto 8/9
G.P.

domenica 7 luglio 2013

After Earth - Recensione



Trama

In un mondo devastato da terremoti e sciagure di ogni tipo il genere umano è stato costretto a spostarsi su Nova Prime. Cypher Raige (Will Smith) è il comandante decorato a bordo di una navicella mandata in perlustrazione nello spazio assieme a suo figlio Kitai (Jaden Smith), cadetto rimandato della scuola militare. Deciso a seguire le orme del padre, Kitai, spinto dalla madre, viene imbarcato a bordo della navicella col padre, ma quando una pioggia di meteoriti colpisce l’astronave gli unici due superstiti sono proprio padre e figlio. Atterrano fortunosamente su un pianeta apparentemente selvaggio: la Terra. Qui ogni cosa si è evoluta per proteggersi dall’uomo. Purtroppo per salvarsi i due dovranno recuperare un marchingegno rimasto sulla parte posteriore della navicella, che si è spezzata in due parti che si trovano a circa 100 km di distanza. Immobilizzato da una frattura alla gamba Cypher ordina al figlio di andare a raggiungere l’altra parte della navetta spaziale, con l’aiuto di una tecnologia avanzata che permetterà ai due di rimanere sempre in contatto. Ma nonostante i suggerimenti del padre Kitai sarà solo in questa avventura, in cui un suo eventuale fallimento comporterebbe la sua morte e quella di suo padre.

Recensione

La trama può scoraggiare gli spettatori non appassionati di fantascienza, ma il film in questione non è soltanto un film di genere. Come capita in questi anni i generi si mescolano, ed una storia visivamente fantascientifica, si rivela essere in realtà una sorta di romanzo di formazione. La struttura del film ricorda molto di più invece un thriller, per la precisione il thriller di Alfred Hitchcock la finestra sul cortile. Lo stato di immobilità del padre, unito alla tecnologia a sua disposizione, fanno si che questo film assomigli per progressione narrativa e momenti di tensione al capolavoro del maestro del brivido. Lo spettatore è quindi l’occhio del padre che pedina le azioni del figlio. Contrariamente alla finestra sul cortile, però questo espediente risulta presente di più nella prima parte, mentre nella seconda l’inattività del padre è più uno stratagemma per innalzare il pathos, ma diventa un’occasione per far maturare la sua fiducia nei confronti del figlio. L’occhio del padre nella sua più totale parzialità infatti tradisce quasi subito la pretesa di controllo totale di cui sembra volersi fare portatore, trasformando quindi il film in una parabola sul distacco e sulla crescita del figlio e sulla possibilità di un’eventuale successione al padre in un futuro prossimo. Il film è anche attraversato da sporadici momenti di suspance misti a horror (il sogno in cui il protagonista immagina la sorella morta) che sono il marchio di fabbrica del regista, m. night shiamalan, che non è nuovo a momenti di tensione altissimi, disseminati qua e là all’interno dei suoi lungometraggi. Il senso di desolazione che dà la storia e l’ambientazione sono resi bene dai colori, smorti e lugubri. L’odissea del ragazzo è tormentata e travagliata, ma ricca di insidie che daranno vita alla maturazione di quest’ultimo. È anche un film sulla paura e sulla sua effettiva valenza: esiste davvero o è un nostra invenzione, propensione o campanello d’allarme per proteggerci dal circostante? Ovviamente essendo un film che può definirsi di formazione, lo sviluppo e la maturazione del figlio non mancheranno, e ad essi si accosterà una maggior fiducia da parte del padre, che migliorerà il rapporto tra i due: quindi su questo fronte niente di originale, niente che possa sovvertire i canoni del genere, ma semplicemente li rispetta con molto rigore, accogliendo però lo stile particolare e riconoscibile (solo a sprazzi però, in questo film) del suo regista. Gli scenari sono preistorici e il cielo è spesso cupo, e se sereno non è di certo rassicurante. L’abbondante uso degli effetti speciali non oscura il film come capita spesso in questo genere di pellicole, ma si accosta alla storia, diventando funzionale ad essa. In definitiva un film non originalissimo (può ricordare Il pianeta delle scimmie ed Apocalypto per struttura ed
ambientazione), ma che si fa vedere in maniera abbastanza scorrevole senza picchi né troppo alti ne troppo bassi di spettacolarità o di noia: un film modesto, ma godibile.

Voto 5/6

G.P.