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domenica 16 ottobre 2016

Inside Out - Recensione



Regia: Pete Docter

Trama

Riley è una bambina di 11 anni, serena e felice. Il suo mondo viene però sconvolto dal trasloco che è costretta a intraprendere e che dal Minnesota la conduce fino a San Francisco. Le cinque emozioni principali che abitano in lei, Gioia, Tristezza, Rabbia, Paura e Disgusto, cominciano a smuoversi: Disgusto sembra non gradire la novità, Paura continua ininterrottamente a redigere elenchi di possibili catastrofi imminenti, Rabbia stenta a trattenersi e Tristezza è come al solito nell’apatia più totale; solo Gioia cerca di tenerli a bada regalando loro la speranza che il cambiamento possa rivelarsi favorevole per Riley. In uno sfortunato incidente però Gioia e Tristezza vengono scaraventate fuori dalla torre di controllo nella quale risiedono, fino ad trovarsi nel bel mezzo dei ricordi più disparati della bambina. Le restanti emozioni non sono però in grado di conferire alla piccola la serenità necessaria e così la ragazzina, in un moto rabbioso, decide di fare ritorno nel Minnesota da sola. Il pericolo più grosso per lei è però rappresentato dalla possibilità di vedere distrutti i propri capisaldi esistenziali, incarnati della isole della personalità, rischiando così di cadere nell’apatia più irrimediabile e totale. Gioia e Tristezza cercheranno quindi di bilanciarsi a vicenda per fare ritorno alla zona di comando e per cercare di salvare il futuro della ragazzina.  

Recensione

Come provare a descrivere gli stati d’animo che indirizzano le nostre azioni? Come riuscire a rendere la complessità di quel magma indecifrabile, multicolore e multiforme che agita e smuove le nostre decisioni e le nostre scelte? È complicato, non c’è dubbio. Ma da sempre attraverso le storie per bambini (e di questo la Pixar ne sa qualcosa), la natura complessa della realtà può essere accolta e filtrata attraverso uno sguardo innocente e curioso, per poter poi essere restituita al pubblico dei più piccoli e non solo. Quando però il tema trattato risulta ostico anche ai più adulti (poiché il mondo delle emozioni è il meno razionalizzabile e il più complesso che ci sia) ecco che allora il mezzo della favola si fa universale, rendendo accessibile a chiunque anche il discorso più complesso, colorandolo di risvolti maturi e portandolo così a compimento in una fiaba che riesce a semplificare senza alterare l’essenza del messaggio.



È così che le 5 emozioni dominanti – Gioia, Tristezza, Rabbia, Paura e Disgusto – si trovano a scomporre (e quindi a formare) l’universo emotivo della piccola Riley, generando, attraverso la loro interazione, le sfumature psicologiche che ne determinano il comportamento.
Davanti agli occhi dello spettatore si spalancano così le porte di un mondo coloratissimo, sospeso sul buio dei ricordi dimenticati, un universo a picco sull’oblio, in costante equilibrio sul vuoto. E così Gioia e Tristezza, dopo essersi smarrite lasciando il comando alle restanti emozioni (situazione che offrirà degli spunti comici esilaranti), dovranno cercare di fare ritorno alla torre di controllo, in un viaggio che le vede contendersi l’anima in tumulto della piccola Riley, alle prese con un trasloco mal digerito e con quegli 11 anni che sanno tanto di cambiamento. Il tutto però stando sempre bene attente a non guardare in basso per non finire (letteralmente) nel dimenticatoio.
Indissolubilmente intrecciate, le due facce della stessa medaglia emotiva, dovranno cercare di andare a braccetto se vorranno salvare il futuro della piccola dall’apatia e dal pericolo che possa non provare più niente. Attraverso la scoperta della funzione catartica della tristezza e del pianto i 5 sentimenti troveranno un loro bilanciamento che permetterà a Riley di poter sopravvivere ad un momento buio come un ricordo offuscato, immergendosi in un futuro pieno di gioie, caratterizzato dall’istinto per l’avventura e dal gusto per la scoperta. Una scoperta in grado di accendere una ritrovata fiducia nella vita, che diventa appassionato slancio verso il domani…e pazienza se sulla consolle gestita dalle nostre emozioni comparirà l’incomprensibile termine “pubertà”, tanto, come commenta la voce fuori campo, “a dodici anni cosa mai potrebbe succedere?!” (sigh!).



Ancora una volta la Pixar fonde in maniera impeccabile due universi cromaticamente differenti – quello luminoso della stabilità, della serenità e della coscienza e quello tetro ed ostile del cambiamento, della malinconia e dell’oblio – che si uniranno fino a rivelarne la complementarietà di fondo a fronte di un’apparente contrapposizione. Come è tipico dei migliori film d’animazione, il tutto viene fatto in maniera tanto impeccabile da rendere invisibile agli occhi del pubblico il punto di raccordo tra questi due mondi, consentendo quindi allo spettatore di godere della splendida sfumatura che ne deriva.

Altra fusione incredibilmente riuscita è (per l’appunto) quella tra il dentro e il fuori, tra l’interno e l’esterno, tanto perfetta da riuscire ad illuminare un discorso che avrebbe potuto incappare nel didascalismo o nella pedanteria. Tutto questo senza entrare nel mondo della razionalità più puntigliosa o della spiegazione macchinosa, ma ricorrendo ad una descrizione della mente umana vista come un laboratorio in cui vengono miscelati differenti elementi, tanto differenti tra loro da rendere imprevedibile il risultato. D’altronde, come si dice in questi casi, la scienza può essere vista come una forma d’arte e, a quanto pare, talvolta si può fare dell’arte perfino prendendo la scienza come spunto.

Voto 8
G.P.

martedì 27 agosto 2013

Monsters University - Recensione



Trama

Il piccolo Mike Wazovski, mostro monocolo minuto ed emarginato, sogna di diventare uno spaventatore. Si iscrive alla facoltà di spavento, dove non si fa scoraggiare dalle sue misere doti fisiche e si impegna con tutto se stesso per emergere. Entrerà però ben presto in conflitto con un altro aspirante spaventatore, discendente di una grande famiglia di spaventatori: James P. Sullivan. Rischiando entrambi di essere espulsi dall’università a causa di una bravata, dovranno vincere una gara di spavento a squadre per potervi rimanere, come pattuito con la preside, e per farlo dovranno allearsi. La gara si rivelerà però assai complicata, sia per le difficoltà pratiche della squadra, sia per l’ostilità con gli altri team, e di uno in particolare.

Recensione

Il film parte e si sviluppa come un normale film a sfondo universitario, una sorta di Animal House in versione cartoon (al quale gli autori si sono ispirati), non avvicinandosi però alla poesia che era presente nel film precedente, datato 2001. Infatti, seppur ben costruito e collaudato a misura di bambino (ma fruibile anche dagli adulti come è nella tradizione Disney e Pixar), inizialmente sembra non avere quella profondità che lo farebbe sembrare qualcosa di più di un semplice cartoon. Ma nello sviluppo della storia c’è spazio per un inversione di rotta che trasforma il film in una parabola sull’accettazione di sé, sull’amicizia impossibile che germoglia ugualmente, sul riconoscimento della propria unicità e sul valore dell’adattamento e della tenacia. Lontano da quelle commediole demenzial- adolescenziali, della serie: l’incorreggibile sfigato si riscatta diventando una sorta di James Dean spavaldo e sciupa femmine (parecchio improbabile). I presupposti e gli ingredienti sono quelli (almeno per quanto riguarda la figura dell’inadatto che cerca di non sentirsi fuori posto, visto che qui il lato sentimentale non è preso in considerazione), ma vengono amalgamati con sapienza sopraffina e serviti nel finale, dando al film quella profondità che sembrava mancargli. Ed in prospettiva questa storia potrà fare meglio ai bambini se assimilata attraverso questo film piuttosto che buttarla giù come un cocktail attraverso un film del genere sovra citato. E anche agli adulti rassegnati potrà regalare un po’ di saggezza sull’argomento, allontanandoli dal disincanto che può sopraggiungere quando l’era dei balocchi è ormai finita; tutto ciò senza però cadere nel buonismo, che comunque è sempre in agguato in questo genere cinematografico, poiché si sa mimetizzare bene tra i colori sfavillanti del cartone animato.
Il rovesciamento caratteriale dei due protagonisti rispetto al film del 2001 (ma anche la loro conservata complementarietà) permette alla pellicola di esplorare territori nuovi, contrariamente a quanto il film precedente sembrava poter permettere. I personaggi infatti vengono utilizzati in maniera originale ed imprevedibile, andando a scombinare l’idea che ci si era fatti di Mike e Sulley , cambiando loro il carattere e arrivando addirittura a invertirne i ruoli. Lo stesso Randall, la lucertola camaleontica che diverrà l’antagonista della coppia di mostri, spiazza nella nuova veste di studente incerto ed insicuro. L’assenza di un antagonista ben definito e minaccioso non indebolisce la trama: come scelta si adatta infatti al tipo di film che va a delinearsi, in cui la sfida è legata alla messa a fuoco dei propri desideri ed aspirazioni, volta ad una maturazione personale ed ad una ricerca di identità, che fa della difficoltà di crescere e di maturare il vero ostacolo da superare per potersi definitivamente svelare e scoprire come adulti. Come a dire che l’adolescenza e la giovinezza sono periodi già abbastanza duri per essere caricati con la presenza di un arcinemico in stile Marvel, piuttosto si addice loro una presenza meno minacciosa e più disturbante (come il rettore dell’università o la confraternita rivale) che mette in discussione le qualità dei due protagonisti, testando la loro grinta, determinazione e volontà.
Niente di nuovo per quanto riguarda la descrizione del mondo dei mostri, con il ribaltamento delle leggi estetiche che fanno del ribrezzo e del disgusto gli elementi di attrattiva, mantenendo però
come metro di valore nella gerarchia del mondo tardo adolescenziale la prestanza fisica, il successo nell’impiego e l’abilità di spaventare, più o meno gli stessi criteri che circolano nel mondo al di là delle porte della fabbrica di spavento di Mostropoli (il nostro mondo, per intenderci). In definitiva siamo leggermente sotto al suo predecessore per quanto riguarda la compattezza strutturale e il livello di profondità, ma si tratta comunque di un buonissimo film che riserva al finale il suo lato più profondo e tenero, nonostante entrambi siano però latenti nel corso di tutta la pellicola. Il divertimento è assicurato per i più piccoli, i richiami ed i riferimenti a Monsters and Co. sono molteplici e doverosi e forse più alla portata dei grandi. Il raccordo tra le due pellicole è riuscito, soprattutto per quanto riguarda l’evoluzione dei personaggi e della loro storia, i loro cambiamenti danno così originalità al film diventando anche efficaci elementi comici ed arrivando addirittura talvolta a suscitare grande sorpresa. Stupisce proprio per come il film sa mostrare che le cose spesso vanno in maniera totalmente inaspettata rispetto a come il personaggio (o lo spettatore) se le era immaginate, ed anche questo è indubbiamente un elemento di grande realismo, tipico di un’idea di cartone animato ormai adulta. Un film degno della ditta Disney e Pixar che va ad accostarsi ad una lunga sfilza di altri grandi film da lei prodotti, ancor più apprezzabile se si tiene conto che si tratta del secondo capitolo in ordine di realizzazione e quindi ben più difficoltoso da ideare, poiché vincolato (in questo caso in particolare) ad un capostipite decisamente importante e riuscito.

Voto 8-


G.P.

domenica 7 luglio 2013

After Earth - Recensione



Trama

In un mondo devastato da terremoti e sciagure di ogni tipo il genere umano è stato costretto a spostarsi su Nova Prime. Cypher Raige (Will Smith) è il comandante decorato a bordo di una navicella mandata in perlustrazione nello spazio assieme a suo figlio Kitai (Jaden Smith), cadetto rimandato della scuola militare. Deciso a seguire le orme del padre, Kitai, spinto dalla madre, viene imbarcato a bordo della navicella col padre, ma quando una pioggia di meteoriti colpisce l’astronave gli unici due superstiti sono proprio padre e figlio. Atterrano fortunosamente su un pianeta apparentemente selvaggio: la Terra. Qui ogni cosa si è evoluta per proteggersi dall’uomo. Purtroppo per salvarsi i due dovranno recuperare un marchingegno rimasto sulla parte posteriore della navicella, che si è spezzata in due parti che si trovano a circa 100 km di distanza. Immobilizzato da una frattura alla gamba Cypher ordina al figlio di andare a raggiungere l’altra parte della navetta spaziale, con l’aiuto di una tecnologia avanzata che permetterà ai due di rimanere sempre in contatto. Ma nonostante i suggerimenti del padre Kitai sarà solo in questa avventura, in cui un suo eventuale fallimento comporterebbe la sua morte e quella di suo padre.

Recensione

La trama può scoraggiare gli spettatori non appassionati di fantascienza, ma il film in questione non è soltanto un film di genere. Come capita in questi anni i generi si mescolano, ed una storia visivamente fantascientifica, si rivela essere in realtà una sorta di romanzo di formazione. La struttura del film ricorda molto di più invece un thriller, per la precisione il thriller di Alfred Hitchcock la finestra sul cortile. Lo stato di immobilità del padre, unito alla tecnologia a sua disposizione, fanno si che questo film assomigli per progressione narrativa e momenti di tensione al capolavoro del maestro del brivido. Lo spettatore è quindi l’occhio del padre che pedina le azioni del figlio. Contrariamente alla finestra sul cortile, però questo espediente risulta presente di più nella prima parte, mentre nella seconda l’inattività del padre è più uno stratagemma per innalzare il pathos, ma diventa un’occasione per far maturare la sua fiducia nei confronti del figlio. L’occhio del padre nella sua più totale parzialità infatti tradisce quasi subito la pretesa di controllo totale di cui sembra volersi fare portatore, trasformando quindi il film in una parabola sul distacco e sulla crescita del figlio e sulla possibilità di un’eventuale successione al padre in un futuro prossimo. Il film è anche attraversato da sporadici momenti di suspance misti a horror (il sogno in cui il protagonista immagina la sorella morta) che sono il marchio di fabbrica del regista, m. night shiamalan, che non è nuovo a momenti di tensione altissimi, disseminati qua e là all’interno dei suoi lungometraggi. Il senso di desolazione che dà la storia e l’ambientazione sono resi bene dai colori, smorti e lugubri. L’odissea del ragazzo è tormentata e travagliata, ma ricca di insidie che daranno vita alla maturazione di quest’ultimo. È anche un film sulla paura e sulla sua effettiva valenza: esiste davvero o è un nostra invenzione, propensione o campanello d’allarme per proteggerci dal circostante? Ovviamente essendo un film che può definirsi di formazione, lo sviluppo e la maturazione del figlio non mancheranno, e ad essi si accosterà una maggior fiducia da parte del padre, che migliorerà il rapporto tra i due: quindi su questo fronte niente di originale, niente che possa sovvertire i canoni del genere, ma semplicemente li rispetta con molto rigore, accogliendo però lo stile particolare e riconoscibile (solo a sprazzi però, in questo film) del suo regista. Gli scenari sono preistorici e il cielo è spesso cupo, e se sereno non è di certo rassicurante. L’abbondante uso degli effetti speciali non oscura il film come capita spesso in questo genere di pellicole, ma si accosta alla storia, diventando funzionale ad essa. In definitiva un film non originalissimo (può ricordare Il pianeta delle scimmie ed Apocalypto per struttura ed
ambientazione), ma che si fa vedere in maniera abbastanza scorrevole senza picchi né troppo alti ne troppo bassi di spettacolarità o di noia: un film modesto, ma godibile.

Voto 5/6

G.P.