lunedì 28 ottobre 2013

Cose Nostre (Malavita) - Recensione


Regia Luc Besson
Attori Robert De Niro, Michelle Pfeiffer, Dianna Agron, John D’Leo, Tommy Lee Jones

Trama

La famiglia Manzoni (padre, madre, e due figli adolescenti) si trova costretta a cambiare il nome in Blake e ad emigrare in Francia dagli Stati Uniti, dopo essere stata inserita nel programma di protezione testimoni dalla polizia. Nella nuova località dovrà fare i conti con la convivenza difficile con gli abitanti della tranquilla cittadina che li ospita, cercando di non farsi smascherare dai vecchi “soci in affari”, che stanno cercando Giovanni, il capo famiglia, per fargliela pagare.

Recensione

Il film è spesso poco incisivo e caratterizzato dalla presenza di uno humor che solo talvolta coglie nel segno, battendo costantemente sullo stesso tasto: mira infatti ad ironizzare sulla violenza che la famiglia, in modi differenti, perpetra nei confronti di ogni qualsivoglia intruso che giunge dall’esterno, minandone la serenità. Ha il difetto di non avere equilibrio e di non essere affatto omogeneo, caratteristica che si manifesta nei mal accostati momenti di ironia e di dramma, che finiscono per depotenziare la carica umoristica della pellicola, ridicolizzandone le parti drammatiche. Gli attori raggiungono la sufficienza, e le due superstar si collocano sul piano dei due attori emergenti, lasciando loro lo spazio per poter emergere. De Niro in particolare ricopre il ruolo che ha caratterizzato la sua carriera, quello del gangster, ricorrendo alle sue tipiche espressioni facciali, senza cadere però nell’eccesso che ha minato la sua credibilità nell’ultima decade, tramutandolo in una sorta di caricatura di se stesso. Il gangster pentito con attacchi d’ira incontrollati che emerge in questo film, non è niente di eccelso, ma nemmeno deturpa il passato glorioso dell’attore italo-americano e dei suoi celebri ruoli da malavitoso. La Pfeiffer invece risulta un po’sottotono, pur mantenendo la sinuosità e l’espressione conturbante di un tempo. La regia è poco classica e sembra particolarmente interessata a far coesistere il dramma con la commedia. Appare però incerta nel raggiungimento del suo proposito, e Besson dà l’impressione di non riuscire a guidare al meglio la storia, che infatti sbanda qua e là, regalando talvolta qualche guizzo, ma lasciando trasparire soprattutto un mancato equilibrio nella gestione del tono della storia ed un maldestro dosaggio dei due elementi che invece vorrebbe bilanciare.
La componente comica, come detto, è affidata all’incompatibilità di ogni singolo elemento della famiglia con l’ambiente all’interno del quale dovrebbe mimetizzarsi. Questo espediente fa risultare l’intero nucleo famigliare come distante anni luce dall’habitat in cui si trova, ed ogni tentativo di inserimento diventa matematicamente un fallimento. Il negozio dato alle fiamme, le martellate “giustificate” di De Niro, il racket scolastico e il modo troppo diretto di gestire gli spasimanti indesiderati, rappresentano quindi il meglio di una comicità che non colpisce mai direttamente nel segno, lasciando allo spettatore il gusto di un sorriso smorzato e talvolta poco convinto. Alcune trovate sono discrete, come la citazione di Quei bravi ragazzi: un dichiarato omaggio a De Niro, che si ritrova, per l’appunto, a guardare se stesso sullo schermo, in un espediente frizzante quel tanto che basta per scuotere il torpore che fino a quel momento addormenta il film (tale momento però è solo lasciato intendere allo spettatore, altrimenti l’operazione meta cinematografica sarebbe risultata assai troppo bizzarra e alquanto auto compiaciuta). Discreta trovata dunque, che fa però da ponte per un finale che tradisce completamente il resto della pellicola, soprattutto nel suo ricorrere ad un uso “serio” della violenza, che fino a quel momento era stata ridotta a semplice espediente umoristico. La chiusura torna ad essere ironica, come per incanto, riducendosi però ad un debole tentativo volto a far rientrare la pellicola nei giusti binari, senza peraltro raggiungere lo scopo prefissato. Ne risulta quindi una commediola senza troppe pretese, con pochi momenti discreti ed alcuni momenti di noia, in cui la recitazione degli attori non esalta particolarmente i personaggi ed il potenziale dello spunto iniziale non viene valorizzato a dovere.

Voto 5

G.P.

mercoledì 9 ottobre 2013

Rush - Recensione


Regia Ron Howard
Attori Daniel Brul, Chris Hemsworth, Pierfrancesco Favino, Olivia Wilde, Alexandra Maria Lara

Trama

Il film racconta la storia della rivalità sportiva tre James Hunt e Niki Lauda, andando a ripercorrere i loro duelli automobilistici, dagli albori delle loro carriere in Formula 3 fino alla corsa per il titolo di campione del mondo di Formula 1. Andando ad analizzare le vite dei due piloti, il film si sofferma sugli episodi decisivi delle rispettive carriere, fino a quello più famoso dell’incidente occorso a Niki Lauda in Germania sul circuito del Nurburgring nell’agosto del 1976.

Recensione


Balla l’accendino sotto il tavolo durante la conferenza stampa prima della gara. A farlo ballare è la mano di James Hunt, pilota di Formula 1. Spavaldo davanti al mondo, strafottente con gli avversari (tanto da chiamare Lauda con l’appellativo di “topo”), ma lontano dagli sguardi altrui impaurito e nervoso. Vomita prima dalla gara, ma quello non fa notizia, è quasi un rito ormai. Lauda invece è impeccabile, freddo. E la sua freddezza non pare essere calcolata o di facciata, è semplicemente autentica: è misurato e rigoroso come un computer. La glaciale razionalità a cui ricorre per migliorare la macchina è la stessa che usa per tenere a bada gli altri, la sua assenza di tatto è lo specchio della sua determinazione. Due modelli di tenacia diversi, due professionisti agli antipodi, quindi, come differenti sono i loro modi di interpretare la sconfitta, la vittoria, la gara, il mestiere (e persino il matrimonio). Intrecciati però in una radice comune, che alla lunga sfocia in un rispetto profondo, dettato forse proprio dalla loro complementarietà. La storia è quella dei due classici opposti che non possono che intrigarsi e cercarsi: “Che gomme ha messo Lauda? Che gomme ha messo Hunt? Si copiano e spesso stanno immobili a studiarsi. Ognuno l’ossessione dell’altro, ognuno il metro di giudizio dell’altro, ognuno con il podio nel mirino, spinti da due visioni differenti dello sport, che ognuno rivendica ed innalza a stile di vita. Alla lunga Lauda la spunta, non tanto in gara, ma nella scelta del ruolo da interpretare durante propria esistenza: più misurata e contenuta, ma intensa almeno quanto quella dal rivale. Al contrario Hunt se ne frega del pericolo di morire o di rimanere ferito ed accetta di correre anche se questo supera il 20%. Però è Lauda a finire vittima della percentuale, con l’incidente che lo sfigurò. Da quel momento si fa quindi più disposto ad abbandonare la razionalità ed il calcolo del rischio, con lo scopo di salire di nuovo in macchina, spinto dal rivale, che nel frattempo rosicchia punti alla sua posizione in classifica. Hunt al contrario diventa più cauto. Ma non si può tradire a lungo la propria natura, e così l’eccesso tornerà di nuovo ad essere il marchio di fabbrica di Hunt, mentre la tattica e il calcolo saranno ancora una volta le fondamenta della disciplina di Lauda.  
Un film su un dualismo sportivo che ha nel pilota austriaco il personaggio centrale, ma che trova nel contendente inglese un risvolto della medaglia senza dubbio epico. Un personaggio, quest’ultimo, che sa incarnare il ruolo di antieroe strafottente e donnaiolo, dotato però di una purezza quasi infantile, ma anche di una tenacia ad intermittenza, tanto discontinua da dettarne i tempi delle ascese e delle cadute, sia in pista sia nella vita al di fuori delle corse. Eroe maledetto vittima del proprio egocentrismo Hunt, eroe suo malgrado Lauda, costretto a fare i conti con il dolore e la paura della morte, ma impavido e determinato nel tentativo di ritornare a correre; oltre che uomo tormentato e poco avvezzo alle relazioniproblema che lo costringerà a scendere a patti con la sua parte più emotiva ed umana, riconoscendole il peso che merita. 
Il film scorre in maniera regolare, con un lungo flashback, senza sbalzi temporanei troppo drastici. Molto lineare nello sviluppo della storia, sa condensare i momenti salienti, dando la sensazione che il film potrebbe reggere benissimo anche senza il suo punto centrale, nonchè pretesto della storia: l’infortunio di Lauda. Questo è sicuramente un punto a suo favore, poiché conferisce pari dignità tutte le parti del film a dispetto dell’ovvia centralità dovuta all’episodio dell’incidente. Ron Howard manifesta in questo film una capacità rappresentativa ed uno stile narrativo davvero impeccabili: le scene di gara sono curatissime sia visivamente sia dal punto di vista sonoro, senza sconfinare nello spettacolarismo (alla Michael Bay tanto per intenderci), evitando quindi de cedere all’uso eccessivo del ralenti o all’inutile chiasso delle solite esplosioni gratuite. Le scene più intime sono invece essenziali e caratterizzate da una sensibilità profonda che mai sfocia nel sentimentalismo spintodove anche i silenzi hanno il loro peso e sono gestiti in maniera intelligente, così da conferire maggiore spessore ai contenuti dei dialoghi.  
Il finale si concretizza in una chiusura molto convincente, che dona ulteriore verità e fascino all’intera pellicoladando vita ad una conclusione tinta di una nota di nostalgia. Tutto ciò grazie anche all’utilizzo dalle immagini di repertorio dei due piloti e alla voce fuori campo, che lascia emergere la stima che legava i due agguerriti rivali, sottolineando come, alla fine, la mancanza dell’uno trovi la sua eco nella malinconica tristezza dell’altro. 

Voto 8,5

G.P.

domenica 29 settembre 2013

Come ti Spaccio la Famiglia - Recensione


Regia Rawson Marshall Thurber 
Attori Jason Sudeikis, Jennifer Aniston, Nick Offerman, Emma Roberts, Ed Helms

Trama

David Burke è uno spacciatore di droga che si mantiene vendendo la migliore erba della sua zona, e lo svitato Brad è il grosso spacciatore che lo rifornisce. Un giorno in seguito ad una rapina subita in strada, David torna dal suo capo a mani vuote, derubato sia dei contanti che della droga. Per risarcirlo dei soldi mancanti Brad incarica David di andare oltre il confine col Messico e ritirare una “piccola quantità di droga”. Sapendo che si tratta di una missione suicida decide di andare accompagnato dalla famiglia. David però non ha famiglia e quindi è costretto ad improvvisarla: si fa così aiutare da Rose, spogliarellista indebitata che abita nel suo condominio, Don, goffo ragazzo che abita sul suo stesso pianerottolo, e Casey, ragazza sbandata che vive per strada e che bazzica la loro stessa zona. Tra contrattazioni e liti accese, decidono di partire per il Messico, pronti a recuperare la merce e a sfoggiare il meglio dei loro sorrisi per ottenere dalla polizia della dogana i lasciapassare che servono per tornare a casa. 

Recensione

Di recente sono approdate nei nostri cinema commedie spiritose e divertenti che non risparmiano l’uso di linguaggio scorretto e che trattano temi piccanti. Tra addii al celibato, addii al nubilato, feste adolescenziali e matrimoni, le sale cinematografiche sono state assaltate da pellicole caratterizzate da momenti di baldoria sfrenata, e di eccesso di qualsiasi genere. La variabile riguardo la riuscita del film sta come al solito nell’equilibrio e nella leggerezza, elementi che influenzano soprattutto un film di questo genere. Bene, la pellicola in questione ha una buona dose di equilibrio, e al contempo non risparmia battute piccanti e sberleffi irriverenti, mantenendo però sempre intatto lo spirito della risata, che non scade (quasi) mai nella volgarità compiaciuta. L’intreccio della storia è ben articolatoe la suspanse presente è spesso stemperata in momenti di comicità catartica. Lo spunto di partenza è molto buono perché lascia la possibilità alla trama di svilupparsi agilmente in più direzionipermettendo così agli attori di dare la giusta caratterizzazione comica ai rispettivi personaggi. Il tema della famiglia, pretesto attorno al quale la storia si snoda, viene affrontato con un approccio scanzonato e irriverente, facendo leva sui clichè della famiglia moderna, come il controllo ossessivo dei genitori, la ribellione degli adolescenti, fino a coniugarsi nel sempiterno tema dell’incomunicabilità tra mariti e mogli, ed ancora di più tra genitori e figli. I consigli maldestri dei genitori scuotono, seppur leggermente, la coscienza dei figli e questa inattesa propensione all’insegnamento suscita qualche risata, ed è proprio in queste scene che il film si fa più profondo (per così dire!), pur continuando a muoversi dentro i colorati confini della commedia demenziale. Gli argomenti sono declinati in chiave comica ed usati come spunti spesso azzeccati: questo approccio salva il film e lo spettatore dal rischio della pedanteria. Il campionario di sfortune che capita a questa famiglia improvvisata rasenta l’incredibile, ma è proprio questa incalzante serie di eventi che mette pepe alla storia, svelando a poco a poco il potenziale comico dei personaggi oltre a quello delle situazioniNella seconda parte sembra esserci però un cedimento caratterizzato da momenti più trash che divertenti, e da una narrazione che difetta un po’di freschezzaLo spirito irriverente del film tende infatti a eclissarsi, seppur parzialmente, e la storia perde d’intensità, dando vita ad una discontinuità evidente con la prima parte, e quindi un leggero cedimento non si può che registrarlo.  Non siamo ai livelli di Una notte da leoni, una commedia scoppiettante dall’inizio alla fine, ma comunque l’intento sembra essere quello, seppur la storia parta da uno spunto differente. Con Una notte da leoni ha in comune l’attore Ed Helms (Stu, maldestro dentista represso), che in quest’occasione interpreta Brad, lo spacciatore mandante del viaggio. Il suo personaggio è il più spericolato e immorale di tutti e di certo l’interpretazione di Helms trae gran parte della sua forza dal contrasto con il personaggio interpretato nel film precedente, che spiazza e diverte lo spettatoreA causa dell’argomento trattato, aleggia sul film la possibilità che la conclusione possa cedere ad una sfumatura dolciastra, che condurrebbe la storia verso un finale troppo stucchevole: fortunatamente però l’ultima inquadratura del film rimette le cose al loro posto, andando a confermare, con una massiccia dose di ironia, l’indole bizzarra dei singoli personaggi e, allo stesso tempo, la loro plausibile credibilità nei panni della classica famiglia americana. 

Voto 6,5


G.P.

lunedì 16 settembre 2013

Il Mondo di Arthur Newman - Recensione


Regia Dante Ariola
Interpreti Coin Firth, Emily Blunt, Anne Heche

Trama

Wallace Avery è un uomo scontento della sua esistenza, sopraffatto dalla desolante routine della sua vita e non vede alcuna via di scampo. Decide quindi di darsi alla fuga, abbandonando la moglie e il figlio (avuto da un precedente matrimonio) e di diventare un’altra persona, assumendo il nome di Arthur Newman. Ben presto incontra una ragazza sbandata e un po’ punk di nome Mike, alla quale salva la vita; come lui anche la ragazza sta fuggendo da qualche cosa. Nonostante siano sconosciuti l’uno all’altra i due decidono di mettersi in viaggio e, spinti da una curiosità reciproca, imparano a conoscersi, fingendo di essere ciò che non sono. Cercano così di dimenticarsi le loro esperienze passate e di costruire un futuro accettabile per entrambi.

Recensione

Come lasciarsi dietro angosce, sofferenze, delusioni d’amore e lavorative, rapporti non compiuti e dubbi esistenziali? Si rinuncia alla propria identità, scivolando dentro quella di un altro, chiunque esso sia. Il protagonista di questo film è una sorta di moderno Mattia Pascal, che incontra però una giovane donna, complicata almeno quanto lui, che usa lo stesso stratagemma. Accomunati della stessa situazione, creano attorno a loro una sorta di isola deserta che li protegge, dando loro rifugio e riparo dalle loro vite un po’ sbilenche e insoddisfacenti. Su quest’isola sanno scoprirsi, ma ogni qualvolta si accorgono che la finzione è svanita, lasciandoli reali e visibili l’uno agli occhi dell’altra, si allontanano attendendo che le reciproche maschere si ripristinino. Oppure semplicemente le prendono in prestito, camuffandosi come le coppie che incontrano casualmente per strada, e arrivando persino a consumare il loro sentimento nelle case vuote di questi ultimi. La cosa si complica quando le loro vite passate si manifestano sotto forma di rimorso, di rimpianto e di senso di colpa, spingendoli reciprocamente verso i loro punti di partenza (e di reale appartenenza). Il film gode di una discreta forza soprattutto per merito della coppia di personaggi (e di attori) che, nonostante all’apparenza sembri poco credibile, trova proprio in questo male assortimento di costumi e di astrazione sociale, la spinta verso quell’autenticità che farà sentire i due fuggiaschi una vera coppia. Emergeranno le responsabilità e le priorità dei due protagonisti, e l’accettazione della propria incompiutezza diventerà uno stimolo verso la vita lasciata alle spalle e non più un freno che prelude alla fuga. Il film ha una buona fotografia, caratterizzata dalla presenza di inquadrature morbide, ad incorniciare momenti di tenerezza, e delle altre taglienti, a restituire il sentore di un’amarezza. Le scene più intime sono trattate con sentimento, profondità e tatto, ma è in alcuni momenti di distensione che il film stenta a coinvolgere, poiché sembra che non ci sia il coraggio o la forza di approfondire i silenzi della coppia, che vengono quindi filmati e mostrati in maniera talvolta convenzionale. Il film non si abbandona spesso all’ironia, forse per paura di allontanarsi dal suo approccio drammatico, ma con un tocco di humor in più la pellicola avrebbe potuto risultare più completa e profonda e i personaggi sarebbero stati più incisivi, e non si sarebbe peraltro corso il rischio di alterare la buona dose di triste rassegnazione che caratterizza il film. Un film che sa che corde toccare, ma le tocca con poca decisione, quasi come se avesse paura di strafare e di risultare pesante. Proprio per questo motivo invece si ha la sensazione che il film passi, scorrendo via con un fruscio la cui eco si sente per troppo poco tempo. Non un film che rimane a lungo impresso nella testa dello spettatore quindi, nonostante avesse tutte le carte in regola per poterlo essere, ma che comunque piace per l’originalità del tema trattato, per l’interpretazione misurata dei protagonisti e per gli scorci di paesaggi che vengono ritratti. L’inno alla fuga che Wallace/Arthur incarna è adolescenziale e vigliacco, ma anche epico e romantico e proprio per queste ragioni riguarda tutti,
poiché racconta la tensione mai risolta che incarna la domanda fondamentale su chi siamo e su chi vogliamo essere.

Voto 6/7

G.P.

domenica 8 settembre 2013

In Trance - Recensione


Regia Denny Boyle
Interpreti James McAvoy, Vincent Cassel, Rosario Dowson.

Trama

Simon è un truffatore appartenente ad una banda di malviventi. Cerca di rubare un quadro facendosi assumere in una casa d’aste, ma ben presto decide di raggirare i suoi complici e il suo capo Frank, sottraendo loro l’opera d’arte. Viene però tramortito da Frank ed in seguito a questo scontro perde la memoria. Dopo averlo torturato con l’intento di fargli rivelare dove ha nascosto il quadro, Frank decide di farlo incontrare con un’ipnoterapeuta, sperando così di poterlo scoprire.

Recensione

Il film comincia con il piglio decisamente giusto, possiede un dinamismo espositivo che ricorda in alcuni punti Scorsese e il suo montaggio serrato ed elegante tipico di film come Casino e Quei bravi ragazzi (senza però eguagliarlo, intendiamoci). Purtroppo però si perde man mano procede con lo sviluppo della storia. È il classico film che è costruito per sfociare nel colpo di scena e questo lo rende di per sé, per così dire, prevedibile, ma tale prevedibilità è da imputare al tipo di film in questione e non (totalmente) al film in sé. Procede in maniera spedita e con momenti di raffinato virtuosismo visivo, soprattutto nelle fasi più oniriche che avvicinano il protagonista alla risoluzione del mistero. Poi però il film si complica diventando un’esibizione di contorsionismo narrativo, che ha come maggiore pecca quella di avere nella sua seconda parte, non un momento di svelamento, bensì un accumulo di momenti scioccanti che finiscono per confondere le idee allo spettatore. Nonostante si tratti di un complesso ingranaggio ad incastro, a tratti anche pregevole, finisce però col perdersi in spiegazioni e rimandi alla prima parte riducendo così la seconda parte ad un appendice della prima, nella quale vengono presentate soluzioni narrative e sviluppi della storia non sempre azzeccati e talvolta eccessivi nella loro volontà di stupire e nella poca attinenza con il resto della storia. Rimane comunque un grande sfoggio di talento visivo, con giochi di specchi, immagini deformate e suoni che sono funzionali all’atmosfera distorta del film, ma che alla lunga risultano essere elementi puramente scenografici presentati in maniera a volte compiaciuta, finendo così col perdere la carica incisiva e la chiarezza con la quale erano stati utilizzati in precedenza. I personaggi non sono quello che appaiono anche se nemmeno loro sembrano saperlo, ma questo elemento che inizialmente incuriosisce e non poco, alla lunga fa perdere il filo della storia e disaffeziona il pubblico al protagonista, lasciandolo più contrariato che intrigato. Quindi il film ha nelle sue corde la possibilità di affrontare e sviluppare un tema elaborato e complesso, come quello relativo ai lati oscuri della psiche e all’indipendenza di quest’ultima dalla volontà umana, ma purtroppo finisce col fermarsi alle soglie di questo discorso. Il regista Danny Boyle sembra ignorare la concreta possibilità di ampliare gli orizzonti della sua pellicola e si lancia così (come è suo diritto) in uno sviluppo narrativo che presta particolare attenzione alla suspance e alla tensione crescente (elementi per lunghi tratti ben utilizzati), ma proprio il mancato sviluppo del suo tema fondante impoverisce la pellicola, negandole profondità. In definitiva si tratta di un film che ha nella forza visiva e nell’originalità del tema trattato i suoi punti di forza, ma che ha nell’impianto narrativo fin troppo ingarbugliato, nella mal gestita ambiguità del protagonista (e dei personaggi che gli ruotano attorno) e nel mancato sviluppo dei suoi temi centrali i suoi limiti più evidenti.

Voto 5

G.P.