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lunedì 23 giugno 2014

Maps To The Stars - Recensione


Regia David Cronenberg
Attori Julianne Moore, Mia Wasikowska, John Cusack, Sarah Gardon, Robert Pattinson, Evan Bird

Trama

Nella Hollywood delle stelle del cinema si incrociano diverse persone: Havana Segrand, attrice decaduta che cerca di raddrizzare la propria carriera provando ad ottenere il ruolo interpretato anni prima dalla madre, deceduta in un incendio; Agatha Weiss, ragazza abbandonata dai genitori e segnata dalle cicatrici di un incendio che la traumatizzò da piccola; e i componenti della famiglia Weiss, il padre Stafford, affermato psicologo (che ha in cura tra i suoi pazienti Havana), la madre Sarah e il figlio adolescente Benjie, acclamata star di un telefilm di successo. Havana e Benjie cominciano ad avere strane visioni riguardo il loro passato, mentre Agatha, tornata a Los Angeles per cercare la sua famiglia, ottiene un lavoro come assistente di Havana, e durante il soggiorno instaura un rapporto con Jerome, un autista di limousine che sogna di sfondare nel mondo del cinema.

Recensione

Il film di Cronenberg spicca per atmosfere fredde e sinistre, intrise di momenti horror con sfumature psicologiche e soprannaturali. La Los Angeles delle star, a dispetto dell’apparenza patinata ed elegante, è un luogo popolato di segreti e macchiato dalla dannazione, una colpa dai connotati ancestrali, una maledizione tramandata di padre in figlio. Tutto ciò è marchiato col fuoco, dall’incendio che sfigurò la protagonista a quello che uccise la madre di Havana. La libertà tanto aspirata (lasciata alla poesia che la Agatha e Benjie leggono in continuazione) sembra lontana, forse possibile solo attraverso un gesto estremo, e la morte sembra il modo migliore per nascondere la polvere sotto il tappeto. Ma dal tappeto della psiche dei personaggi emerge tutto ciò che è nascosto, e le stelle di Hollywood non possono che annegare nel loro cielo oscuro e disperato.
Cronenberg si affida al colpo di scena e alle atmosfere distorte, al silenzio straniante e a quel senso di imminente pericolo e di calma apparente che aveva già caratterizzato il suo precedente lavoro, Cosmopolis (film sicuramente più riuscito). Ma se in quest’ultimo il discorso si faceva filosofico, apocalittico e universale - tanto da trovare una chiave di lettura tesa ad analizzare la crisi economica in raccordo con quella individuale - nel suo nuovo film il dramma che colpisce i protagonisti sembra invece toccare la sola famiglia Weiss, senza quindi riuscire ad avere l’impatto adeguato e il respiro giusto per essere qualcosa di più di una sgangheratissima soap: una storia che alterna il dramma della vita annoiata dei protagonisti a momenti di terrore dischiusi dalla mente contorta dei personaggi.
Il risultato è di sicuro impatto emotivo, ma viene a mancare proprio nel suo essere straniante fino in fondo, lasciando quindi soltanto un palpabile senso di confusione, quasi che la storia non fosse altro che un pretesto per mettere in scena momenti shoccanti che, senza il supporto di una chiarezza sostanziale del discorso, deragliano nel compiacimento e nella gratuità. Gli improvvisi momenti di suspance sono scollegati da tutto il resto e sembrano voler nascondere una mancanza di idee, come se il film si reggesse sulla speranza che il momento “forte” possa distrarre lo spettatore dall’inconsistenza di alcune sue parti. Alcuni dialoghi sono buoni, surreali, crudi ed enigmatici al tempo stesso, ma vengono talvolta rovinati da un simbolismo semplificato (la scena degli anelli, per esempio) che manifesta tutta la debolezza di un film che ha nell’atmosfera una buona costante, su cui però la storia zoppica fino a stramazzare al suolo, senza mai sembrare in grado di potersi reggere veramente in piedi. Il finale è immerso nella spessa nebbia di fitto mistero che caratterizza la pellicola, ma nonostante la pulizia stilizzata non riesce a districare la contorta matassa di momenti sconvolgenti che compongono il film, riducendo così l’intera pellicola ad un esperimento elaborato, intricato e complesso come un labirinto, all’interno del quale però sembra che ad essersi smarrito sia lo stesso Cronenberg.

Voto 5
G.P.

venerdì 20 dicembre 2013

Blue Jasmine - Recensione


Regia Woody Allen
Attori Cate Blanchett, Alec Baldwin, Bobby Cannavale, Sally Hawkins

Trama

Jeanette Francis, detta Jasmine, è una donna che vede la sua vita perfetta andare completamente in pezzi. Prima che suo marito Harnold, ricco uomo d’affari, andasse in galera, conduceva un’esistenza perfetta a Manhattan, immersa nel lusso ed impegnata ad organizzare party per l’elite della Grande Mela. Caduta in rovina riallaccia i rapporti con la sorella Ginger, residente a San Francisco, domandandole di ospitarla. La donna vive col suo nuovo ragazzo Chili, ed ha due figli da una precedente relazione. La convivenza tra le due sorelle non è affatto facile, Jasmine è però decisa a riordinare la sua vita, cercando così di riemergere da uno stato di pericolosa malinconia, che sembra però in piena espansione.

Recensione

Woody Allen da sempre ci ha abituati a commedie caratterizzate da marcate sfumature esistenziali, nelle quali il suo umorismo sottile smorza ed al contempo inasprisce la sua concezione amara della vita. Il suo pessimismo è diventato un suo elemento di distinzione, come la sua ironia cinica e sconsolata. In questo film i toni si abbassano e la vivace abbondanza di materiale comico, tipica del suo repertorio, sparata a raffica in film come Basta che funzioni (bellissimo!), rimane in sordina, lasciando spazio ad uno stile sicuramente più misurato e sotto le righe nella forma, ma dal contenuto decisamente più amaro, soprattutto negli esiti della storia e nelle sue conclusioni. In Basta che funzioni la felicità era a tempo determinato: si gioisce per quanto sia consentito, attendendo che la ghigliottina faccia il suo mestiere. Qui invece la vita è concepita come una pugnalata al fianco, un tormento continuo, una fregatura costante. L’ironia che emerge in questa pellicola scaturisce dalla paradossalità delle scene e dalla pena che suscitano i vari personaggi, del tutto ignari delle loro situazioni, e quindi ancora più patetici. Torna di nuovo, quindi, il tema dell’illusione come unica chiave per la felicità, che ha come sole alternative la follia o l’insoddisfazione, anche se lucida, e quindi ancor più lancinante. Differenti manifestazioni di squallore dunque, ai quali Allen ci avvicina trasmettendoci il suo senso di pena e il suo disagio profondo, senza concedere però ai personaggi nemmeno un po’ di pietà. È tragico il dimenarsi che la povera Jasmine mette in mostra per l’intera durata della pellicola: un movimento disarticolato e sgraziato, animato dal solo intento di non guardare in faccia l’inevitabile rovina. Ed è proprio questo suo goffo tentativo di mantenersi eretta e signorile lungo il patibolo, che rende tragicamente grottesco il suo personaggio, conferendole al contempo anche un’elevata statura, quasi simbolica, proprio a causa di questa incosciente superficialità e di una regalità appassita e definitivamente deturpata.
La struttura della storia richiama alle sceneggiature care soprattutto all’ultimo Allen, fatte di incontri fortuiti, di momenti di temporanea distensione e di rivoluzioni inaspettate che, come all’interno di un gigantesco monopoli esistenziale, riportano le pedine al loro punto di partenza, ripristinandone le posizioni iniziali e andando a ricreare così una sorta di eterno ritorno dal sapore nietzschano (fonte d’ispirazione dichiarata dello stesso regista).
Un film corale quindi, nel quale però spicca la grandezza da prima donna di Cate Blanchett, che, a quanto dicono, si è già prenotata un posto in prima fila per la corsa agli Oscar. È mirabile infatti il lavoro che svolge sul personaggio: le sfumature che riesce a creare sono assai calibrate, l’esaltazione e lo spaesamento sono alternate in maniera credibilissima, sia nei momenti di interazione con altri che durante i suoi discorsi paranoici e solitari. Le sabbie mobili sulle quali si trova a camminare sono incarnate dalle situazioni catastrofiche nelle quali si imbatte, in cui il suo occhio disorientato è sempre alla spasmodica ricerca di pillole o di bottiglie di alcolici. La lucidità
che sembra mancarle ritorna, seppur per poco tempo, quando realizza pensieri profondi e disperati, spietati a tal punto da turbare chi l’ascolta. Inoltre i conseguenti deliri raggiungono dei picchi d’intensità altissimi attraverso degli sguardi distorti e folli, che in qualche modo sembrano richiamare il delirio ossessivo dell’attrice decaduta del cinema muto, interpretata da Gloria Swanson nel film Viale del tramonto di Billy Wilder.
Un film dunque che sa sviluppare in maniera particolare i temi cari (carissimi) al regista, cosa non sempre possibile a causa di una saltuaria mancanza di ispirazione dovuta ad un’altissima densità produttiva (circa un film all’anno) che, a detta dello stesso Allen, gli serve per non pensare troppo: una sorta di terapia psicoanalitica volta a sopportare lo spettro della morte che lentamente gli si avvicina. Spettro che in questo film non appare nella maniera classica, ma che si insinua dentro le azioni e i pensieri dei personaggi, manifestandosi sotto la forma dell’impossibilità costante di autorealizzarsi, che mina alla base le esistenze dei personaggi, inaridendone le aspirazioni ed annullandone le azioni. Un film mortifero in maniera sotterranea, che esalta le capacità del regista, rivelandone l’attenzione alle sfumature e la sensibilità nel cogliere le amarezze insopportabili di cui può essere fatta un’esistenza colma di aspirazioni sfumate.

Voto 8


G.P.

mercoledì 9 ottobre 2013

Rush - Recensione


Regia Ron Howard
Attori Daniel Brul, Chris Hemsworth, Pierfrancesco Favino, Olivia Wilde, Alexandra Maria Lara

Trama

Il film racconta la storia della rivalità sportiva tre James Hunt e Niki Lauda, andando a ripercorrere i loro duelli automobilistici, dagli albori delle loro carriere in Formula 3 fino alla corsa per il titolo di campione del mondo di Formula 1. Andando ad analizzare le vite dei due piloti, il film si sofferma sugli episodi decisivi delle rispettive carriere, fino a quello più famoso dell’incidente occorso a Niki Lauda in Germania sul circuito del Nurburgring nell’agosto del 1976.

Recensione


Balla l’accendino sotto il tavolo durante la conferenza stampa prima della gara. A farlo ballare è la mano di James Hunt, pilota di Formula 1. Spavaldo davanti al mondo, strafottente con gli avversari (tanto da chiamare Lauda con l’appellativo di “topo”), ma lontano dagli sguardi altrui impaurito e nervoso. Vomita prima dalla gara, ma quello non fa notizia, è quasi un rito ormai. Lauda invece è impeccabile, freddo. E la sua freddezza non pare essere calcolata o di facciata, è semplicemente autentica: è misurato e rigoroso come un computer. La glaciale razionalità a cui ricorre per migliorare la macchina è la stessa che usa per tenere a bada gli altri, la sua assenza di tatto è lo specchio della sua determinazione. Due modelli di tenacia diversi, due professionisti agli antipodi, quindi, come differenti sono i loro modi di interpretare la sconfitta, la vittoria, la gara, il mestiere (e persino il matrimonio). Intrecciati però in una radice comune, che alla lunga sfocia in un rispetto profondo, dettato forse proprio dalla loro complementarietà. La storia è quella dei due classici opposti che non possono che intrigarsi e cercarsi: “Che gomme ha messo Lauda? Che gomme ha messo Hunt? Si copiano e spesso stanno immobili a studiarsi. Ognuno l’ossessione dell’altro, ognuno il metro di giudizio dell’altro, ognuno con il podio nel mirino, spinti da due visioni differenti dello sport, che ognuno rivendica ed innalza a stile di vita. Alla lunga Lauda la spunta, non tanto in gara, ma nella scelta del ruolo da interpretare durante propria esistenza: più misurata e contenuta, ma intensa almeno quanto quella dal rivale. Al contrario Hunt se ne frega del pericolo di morire o di rimanere ferito ed accetta di correre anche se questo supera il 20%. Però è Lauda a finire vittima della percentuale, con l’incidente che lo sfigurò. Da quel momento si fa quindi più disposto ad abbandonare la razionalità ed il calcolo del rischio, con lo scopo di salire di nuovo in macchina, spinto dal rivale, che nel frattempo rosicchia punti alla sua posizione in classifica. Hunt al contrario diventa più cauto. Ma non si può tradire a lungo la propria natura, e così l’eccesso tornerà di nuovo ad essere il marchio di fabbrica di Hunt, mentre la tattica e il calcolo saranno ancora una volta le fondamenta della disciplina di Lauda.  
Un film su un dualismo sportivo che ha nel pilota austriaco il personaggio centrale, ma che trova nel contendente inglese un risvolto della medaglia senza dubbio epico. Un personaggio, quest’ultimo, che sa incarnare il ruolo di antieroe strafottente e donnaiolo, dotato però di una purezza quasi infantile, ma anche di una tenacia ad intermittenza, tanto discontinua da dettarne i tempi delle ascese e delle cadute, sia in pista sia nella vita al di fuori delle corse. Eroe maledetto vittima del proprio egocentrismo Hunt, eroe suo malgrado Lauda, costretto a fare i conti con il dolore e la paura della morte, ma impavido e determinato nel tentativo di ritornare a correre; oltre che uomo tormentato e poco avvezzo alle relazioniproblema che lo costringerà a scendere a patti con la sua parte più emotiva ed umana, riconoscendole il peso che merita. 
Il film scorre in maniera regolare, con un lungo flashback, senza sbalzi temporanei troppo drastici. Molto lineare nello sviluppo della storia, sa condensare i momenti salienti, dando la sensazione che il film potrebbe reggere benissimo anche senza il suo punto centrale, nonchè pretesto della storia: l’infortunio di Lauda. Questo è sicuramente un punto a suo favore, poiché conferisce pari dignità tutte le parti del film a dispetto dell’ovvia centralità dovuta all’episodio dell’incidente. Ron Howard manifesta in questo film una capacità rappresentativa ed uno stile narrativo davvero impeccabili: le scene di gara sono curatissime sia visivamente sia dal punto di vista sonoro, senza sconfinare nello spettacolarismo (alla Michael Bay tanto per intenderci), evitando quindi de cedere all’uso eccessivo del ralenti o all’inutile chiasso delle solite esplosioni gratuite. Le scene più intime sono invece essenziali e caratterizzate da una sensibilità profonda che mai sfocia nel sentimentalismo spintodove anche i silenzi hanno il loro peso e sono gestiti in maniera intelligente, così da conferire maggiore spessore ai contenuti dei dialoghi.  
Il finale si concretizza in una chiusura molto convincente, che dona ulteriore verità e fascino all’intera pellicoladando vita ad una conclusione tinta di una nota di nostalgia. Tutto ciò grazie anche all’utilizzo dalle immagini di repertorio dei due piloti e alla voce fuori campo, che lascia emergere la stima che legava i due agguerriti rivali, sottolineando come, alla fine, la mancanza dell’uno trovi la sua eco nella malinconica tristezza dell’altro. 

Voto 8,5

G.P.

lunedì 16 settembre 2013

Il Mondo di Arthur Newman - Recensione


Regia Dante Ariola
Interpreti Coin Firth, Emily Blunt, Anne Heche

Trama

Wallace Avery è un uomo scontento della sua esistenza, sopraffatto dalla desolante routine della sua vita e non vede alcuna via di scampo. Decide quindi di darsi alla fuga, abbandonando la moglie e il figlio (avuto da un precedente matrimonio) e di diventare un’altra persona, assumendo il nome di Arthur Newman. Ben presto incontra una ragazza sbandata e un po’ punk di nome Mike, alla quale salva la vita; come lui anche la ragazza sta fuggendo da qualche cosa. Nonostante siano sconosciuti l’uno all’altra i due decidono di mettersi in viaggio e, spinti da una curiosità reciproca, imparano a conoscersi, fingendo di essere ciò che non sono. Cercano così di dimenticarsi le loro esperienze passate e di costruire un futuro accettabile per entrambi.

Recensione

Come lasciarsi dietro angosce, sofferenze, delusioni d’amore e lavorative, rapporti non compiuti e dubbi esistenziali? Si rinuncia alla propria identità, scivolando dentro quella di un altro, chiunque esso sia. Il protagonista di questo film è una sorta di moderno Mattia Pascal, che incontra però una giovane donna, complicata almeno quanto lui, che usa lo stesso stratagemma. Accomunati della stessa situazione, creano attorno a loro una sorta di isola deserta che li protegge, dando loro rifugio e riparo dalle loro vite un po’ sbilenche e insoddisfacenti. Su quest’isola sanno scoprirsi, ma ogni qualvolta si accorgono che la finzione è svanita, lasciandoli reali e visibili l’uno agli occhi dell’altra, si allontanano attendendo che le reciproche maschere si ripristinino. Oppure semplicemente le prendono in prestito, camuffandosi come le coppie che incontrano casualmente per strada, e arrivando persino a consumare il loro sentimento nelle case vuote di questi ultimi. La cosa si complica quando le loro vite passate si manifestano sotto forma di rimorso, di rimpianto e di senso di colpa, spingendoli reciprocamente verso i loro punti di partenza (e di reale appartenenza). Il film gode di una discreta forza soprattutto per merito della coppia di personaggi (e di attori) che, nonostante all’apparenza sembri poco credibile, trova proprio in questo male assortimento di costumi e di astrazione sociale, la spinta verso quell’autenticità che farà sentire i due fuggiaschi una vera coppia. Emergeranno le responsabilità e le priorità dei due protagonisti, e l’accettazione della propria incompiutezza diventerà uno stimolo verso la vita lasciata alle spalle e non più un freno che prelude alla fuga. Il film ha una buona fotografia, caratterizzata dalla presenza di inquadrature morbide, ad incorniciare momenti di tenerezza, e delle altre taglienti, a restituire il sentore di un’amarezza. Le scene più intime sono trattate con sentimento, profondità e tatto, ma è in alcuni momenti di distensione che il film stenta a coinvolgere, poiché sembra che non ci sia il coraggio o la forza di approfondire i silenzi della coppia, che vengono quindi filmati e mostrati in maniera talvolta convenzionale. Il film non si abbandona spesso all’ironia, forse per paura di allontanarsi dal suo approccio drammatico, ma con un tocco di humor in più la pellicola avrebbe potuto risultare più completa e profonda e i personaggi sarebbero stati più incisivi, e non si sarebbe peraltro corso il rischio di alterare la buona dose di triste rassegnazione che caratterizza il film. Un film che sa che corde toccare, ma le tocca con poca decisione, quasi come se avesse paura di strafare e di risultare pesante. Proprio per questo motivo invece si ha la sensazione che il film passi, scorrendo via con un fruscio la cui eco si sente per troppo poco tempo. Non un film che rimane a lungo impresso nella testa dello spettatore quindi, nonostante avesse tutte le carte in regola per poterlo essere, ma che comunque piace per l’originalità del tema trattato, per l’interpretazione misurata dei protagonisti e per gli scorci di paesaggi che vengono ritratti. L’inno alla fuga che Wallace/Arthur incarna è adolescenziale e vigliacco, ma anche epico e romantico e proprio per queste ragioni riguarda tutti,
poiché racconta la tensione mai risolta che incarna la domanda fondamentale su chi siamo e su chi vogliamo essere.

Voto 6/7

G.P.

domenica 8 settembre 2013

In Trance - Recensione


Regia Denny Boyle
Interpreti James McAvoy, Vincent Cassel, Rosario Dowson.

Trama

Simon è un truffatore appartenente ad una banda di malviventi. Cerca di rubare un quadro facendosi assumere in una casa d’aste, ma ben presto decide di raggirare i suoi complici e il suo capo Frank, sottraendo loro l’opera d’arte. Viene però tramortito da Frank ed in seguito a questo scontro perde la memoria. Dopo averlo torturato con l’intento di fargli rivelare dove ha nascosto il quadro, Frank decide di farlo incontrare con un’ipnoterapeuta, sperando così di poterlo scoprire.

Recensione

Il film comincia con il piglio decisamente giusto, possiede un dinamismo espositivo che ricorda in alcuni punti Scorsese e il suo montaggio serrato ed elegante tipico di film come Casino e Quei bravi ragazzi (senza però eguagliarlo, intendiamoci). Purtroppo però si perde man mano procede con lo sviluppo della storia. È il classico film che è costruito per sfociare nel colpo di scena e questo lo rende di per sé, per così dire, prevedibile, ma tale prevedibilità è da imputare al tipo di film in questione e non (totalmente) al film in sé. Procede in maniera spedita e con momenti di raffinato virtuosismo visivo, soprattutto nelle fasi più oniriche che avvicinano il protagonista alla risoluzione del mistero. Poi però il film si complica diventando un’esibizione di contorsionismo narrativo, che ha come maggiore pecca quella di avere nella sua seconda parte, non un momento di svelamento, bensì un accumulo di momenti scioccanti che finiscono per confondere le idee allo spettatore. Nonostante si tratti di un complesso ingranaggio ad incastro, a tratti anche pregevole, finisce però col perdersi in spiegazioni e rimandi alla prima parte riducendo così la seconda parte ad un appendice della prima, nella quale vengono presentate soluzioni narrative e sviluppi della storia non sempre azzeccati e talvolta eccessivi nella loro volontà di stupire e nella poca attinenza con il resto della storia. Rimane comunque un grande sfoggio di talento visivo, con giochi di specchi, immagini deformate e suoni che sono funzionali all’atmosfera distorta del film, ma che alla lunga risultano essere elementi puramente scenografici presentati in maniera a volte compiaciuta, finendo così col perdere la carica incisiva e la chiarezza con la quale erano stati utilizzati in precedenza. I personaggi non sono quello che appaiono anche se nemmeno loro sembrano saperlo, ma questo elemento che inizialmente incuriosisce e non poco, alla lunga fa perdere il filo della storia e disaffeziona il pubblico al protagonista, lasciandolo più contrariato che intrigato. Quindi il film ha nelle sue corde la possibilità di affrontare e sviluppare un tema elaborato e complesso, come quello relativo ai lati oscuri della psiche e all’indipendenza di quest’ultima dalla volontà umana, ma purtroppo finisce col fermarsi alle soglie di questo discorso. Il regista Danny Boyle sembra ignorare la concreta possibilità di ampliare gli orizzonti della sua pellicola e si lancia così (come è suo diritto) in uno sviluppo narrativo che presta particolare attenzione alla suspance e alla tensione crescente (elementi per lunghi tratti ben utilizzati), ma proprio il mancato sviluppo del suo tema fondante impoverisce la pellicola, negandole profondità. In definitiva si tratta di un film che ha nella forza visiva e nell’originalità del tema trattato i suoi punti di forza, ma che ha nell’impianto narrativo fin troppo ingarbugliato, nella mal gestita ambiguità del protagonista (e dei personaggi che gli ruotano attorno) e nel mancato sviluppo dei suoi temi centrali i suoi limiti più evidenti.

Voto 5

G.P.

lunedì 19 agosto 2013

La Notte del Giudizio - Recensione



Regia James DeMonaco

Attori Ethan Hawke, Lena Headley, Adelaide Kane, Rhys Wakefield

Trama

Stati uniti, 2022. Il governo americano ha varato una legge drastica per contenere la criminalità: una notte all’anno è legale compiere qualsiasi tipo di reato. In questo modo, concentrando i tutti crimini in dodici ore, paradossalmente l’America ha raggiunto la prosperità. La famiglia Sandin, composta dal padre James, venditore di impianti di sicurezza, madre Mary e i due figli Zoey e Charlie, si sta preparando alla notte dello “sfogo” barricandosi in casa, ma quando il figlio apre le porte ad un barbone che sta fuggendo da una banda di teppisti, questi ultimi intimano alla famiglia di consegnare loro il fuggitivo. Ha inizio così una notte spaventosa per la famiglia benestante, che sarà combattuta tra il consegnare l’uomo e proteggerlo, preparandosi così a difendersi dagli attacchi degli intrusi.

Recensione

La premessa di questo film apre sicuramente un infinità di domande che animerebbero dibattiti infiniti, come si nota in sottofondo in alcuni stralci del film. Ma il film in questione è un thriller claustrofobico che sfocia in horror non appena compare il gruppo di ragazzi, probabilmente dell’alta borghesia cittadina, che improvvisa in maschera un’allegra carica alla famiglia Sandin. Ricorda Arancia Meccanica per l’uso delle maschere e il fare scanzonato ed infantile (perlomeno nel linguaggio) e lo ricorda ancora di più quando il capobanda si toglie la maschera: una sorta di Alexander De Large che riesce a risultare incredibilmente più inquietante, indemoniato e disturbante dei suoi compari mascherati. Perché in fondo è qua che risiede l’escamotage narrativo che accende la miccia della tensione: la violenza è liberata come un fiume privo dalla propria diga, che si solleva non lasciando scampo. La distorsione delle leggi dell’uomo si traduce in un’efferatezza legalizzata, tanto spaventosa nell’esecuzione quanto innocente e legittima nell’ottica finalistica dello stato (e di conseguenza anche agli occhi della gente, che aderisce allo “sfogo” anche per paura di ritorsioni): raggiunge un livello di atrocità senza pari la frase pronunciata dal capobanda: “Ci lasci entrare a prenderlo, è un nostro diritto!”. Ad acuire tale ferocia ci sono gli atteggiamenti infantili che assumono i componenti del gruppo, rivelando così una sorta di istinto innato alla violenza, che fa regredire chi la compie a bambino privo di qualsivoglia nozione etica, che agisce quindi per istinto. La suspanse viene creata utilizzando gli elementi classici del genere come la luce che viene tolta, e il senso di claustrofobia viene aumentato dall’impossibilità di fuga e dall’obbligo di affrontare gli intrusi. Questa tecnica, abusata in questo genere di film, colpisce nel segno poiché la tensione è palpabile e le atmosfere serrate trasformando ben presto questo thriller in un horror terrificante. Il tappo che salta tramutando l’altro, anche più prossimo, in un bersaglio o in un assassino, porta con sé una componente di irreversibilità che rivela l’espediente dello “sfogo” in tutta la sua insensatezza e schizofrenia. L’unico della famiglia che si oppone, per quanto gli sia possibile, è il figlio minore, che fa entrare il reietto in casa. Messi a contatto con l’atrocità concreta che questa legge comporta, anche il resto della famiglia però si renderà conto dell’effettiva assurdità di tale pratica, e solo allora saprà schierarsi apertamente, preparandosi così all’incursione nella villa da parte della banda. Il finale spettrale ed agghiacciante sembra testimoniare l’incompatibilità di una legge tanto assurda con l’indole umana, nonostante sia proprio quest’ultima ad averne fatto sentire la necessità, ed è proprio questa dicotomia che rende la questione tanto assurda quanto controversa. Il silenzio che pervade questa scena tratteggia un finale lugubre che ha nel sorgere di un nuovo giorno la manifestazione di un inquietudine strisciante che non si placa, facendo così da contraltare e da eco, con la sua freddezza glaciale, a tutta la violenza vista durante il film.
Alcuni elementi che si concludono in maniera frettolosa, come la vicenda del fidanzato della figlia per dirne uno, non rovinano però un film che risulta compatto e che ha nella breve durata (80 minuti circa) un punto di forza, poiché la concentrazione della violenza in così poco tempo, ed il suo improvviso scomparire, rendono più solido il film e più incisivo il discorso. Un espediente che avrebbe potuto far alzare ulteriormente la tensione avrebbe potuto essere la presenza di un timer, in un angolo dello schermo, così da permettere allo spettatore di poter sapere dopo quanto “la partita si sarebbe conclusa”. Nel complesso si tratta di un film che spaventa e che sa porre domande profonde, provocando lo spettatore e lasciandolo, alla fine della proiezione, con qualche quesito in più in testa.

Voto 7


G.P.

lunedì 3 giugno 2013

La Grande Bellezza - Recensione



Trama

Jep Gambardella (Toni Servillo) è uno scrittore di 65 anni, che si occupa di articoli mondani e che trascorre la sua vita passando da una festa all'altra. Si era trasferito a Roma all'età di 26 anni, e giunto nella capitale comincia a frequentare feste e party. Un tempo aveva ambizioni da scrittore, infatti in gioventù scrisse L’Apparato Umano, libro che riscosse un discreto successo. Oggi invece si lascia prendere dall'incanto che Roma gli offre e si abbandona allo squallore a cui una vita senza scopo può condurre. Ha un amico, Romano (Carlo Verdone) che lo asseconda in tutto e che nonostante la differenza di cultura e di intelligenza che li separa, lo ammira e lo stima sinceramente. Durante le sue notti incontra intellettuali, che ospita sulla sua terrazza, e incontra anche Ramona (Sabrina Ferilli) la figlia di un suo lontano conoscente, alla quale sembra affezionarsi. Nel frattempo riceve anche la notizia della morte di sua ex fidanzata, lasciata quando erano ancora giovani. Continua così la sua esistenza cercando di resistere alla desolazione che lo opprime.

Recensione

È stato fin da subito paragonato alla Dolce Vita di Fellini per il soggetto, molto simile, e per il protagonista e la sua funzione di tramite tra pubblico e ambientazione, senza contare alcuni richiami espliciti.
Il mondo descritto è un mondo che non progredisce, intento com'è a specchiarsi: tutti si specchiano nella speranza di conservarsi, cercando invano di riprodurre ciò che è stato le sera prima e la sera prima ancora. Un mondo chiuso che è in cerca della sua coda e che, dopo averla addentata, la consuma con la foga di chi vuole ostinatamente bastare a se stesso; un trenino festante e ubriaco che parte spontaneamente per poi deragliare poco più in là. La festa diventa quindi un momento di isolamento collettivo, in cui se si raggiunge la consapevolezza di questa situazione e non si ha la forza di superarla e quindi, si diventa consci della propria imbalsamatura, arrendendosi ad una vita che non può che essere sempre simile a se stessa. La Roma descritta è una statua di marmo, levigata e bianca, imperturbabile, immutabile: cadaverica. E l’eternità che richiama con la sua presenza possente e solenne è la stessa alla quale mirano i personaggi annichiliti che popolano queste feste che hanno luogo negli attici situati nella zona ricca della città, dove la noia si lascia sentire meglio che in altri luoghi. Il richiamo al sacro è evidente e si mescola al profano, in una comunione di ritualità non poi così distanti, che hanno come radice la volontà di conservarsi.
La commozione del protagonista emerge però inaspettata, facendo capolino dalle crepe di un’emotività atrofizzata, e andandosi a chiamare, ripescandosi sotto forma di ricordo giovanile, sepolto da anni da luci e bicchieri lasciati alla pazienza di chi poi, di mattino, dovrà ripulire. La scena del ragazzo che si fotografa quotidianamente (continuando l’abitudine del padre che lo fotografava ogni giorno, fin dal giorno della sua nascita), per esempio, lo commuove: forse perché accostando il suo mondo, basato su un’apparenza frivola, al mondo del ragazzo, che nell'apparenza vede la volontà di un’auto scoperta e che rivendica lo specchiarsi come un meccanismo per cogliere la propria evoluzione e non per registrare la tanto superficiale rincorsa alla giovinezza (mai) ritrovata, riscopre le radici di una sensibilità che gli è propria, mai del tutto sommersa, che da anni non riusciva a cogliere in maniera così nitida.
Il film, pur non avendo una trama vera e propria, regge bene, riempiendo le due ore abbondanti che lo compongono. La solitudine dell’uomo è ben rappresentata e magistralmente incarnata da Toni Servillo. La natura dei suoi rapporti sociali è descritta in tutta la sua sterilità e il suo disincanto è colto ed analizzato a partire dalla sua radice più profonda: tutto ciò fa sì che il film si imbatta in temi universali senza perdere mai le redini, quasi come se la pellicola fosse la fenomenologia di una vita mancata, ma che si ritrova proprio nella consapevolezza di esserlo, pur non trovando, comunque, un suo compimento a causa di una volontà pigra, che lo relega ad una dimensione contemplativa, troppo povera quindi per essere completa.
Lo stile del film è tutt'altro che classico: lavora molto su traiettorie di camera elaborate, angolature particolari e un montaggio che nelle parti, per così dire, festaiole appare rapido e serrato, a riprodurre un’atmosfera forsennata. Si fa più morbido, invece nelle scene contemplative o in quelle dedicate al ricordo.
Lo stile di Sorrentino risente sempre del suo tocco grottesco, che però, se ben bilanciato, finisce con l’essere un elemento non solo decorativo, ma connotativo della storia e dei personaggi. A volte sembra voler eccedere e il grottesco sconfina nel ridicolo (per esempio la scena della Ferilli che nuota in piscina con la ciambella) in altre invece riesce ad essere incisivo e dissacrante con una freddezza incredibile, centrando il bersaglio con la maestria dell’arciere consumato (la scena del ritocco estetico, per dirne una).
I personaggi descritti sono pezzetti di un collage che si incastrano alla perfezione, e quelli più prossimi al protagonista, che gli gravitano attorno in qualità di amici o confidenti, sono di fatto gli uditori e i testimoni del disfacimento di Jep e sono ben caratterizzati (soprattutto Romano, interpretato da Verdone, in un ruolo inedito), bravi nel non eccedere e nell'assecondare la stanchezza che il protagonista porta con sé. Infine Servillo è camaleontico nell'assumere toni e espressioni che il suo stesso personaggio indossa come un indumento per mimetizzarsi dentro la fauna che ogni sera si accinge a frequentare. È magistrale quindi nel conferire al personaggio quel senso di vacuità e al contempo quella debordante sensibilità, che con l’andare degli anni è diventata un cadavere fatto di aspirazioni e di rimpianti, che potranno riprendere vita solo con l’abbandono a quello stupore davanti al quale Jep sembra volersi arrendere, in alcuni toccanti stralci del film.
Da notare l’ultima inquadratura, chiaro riferimento alla Dolce vita, ma decisamente differente nella durata e nel messaggio.
Un grande film che sa descrivere “gli sparuti e incostanti sprazzi di bellezza” e “lo squallore disgraziato” che “è l’uomo miserabile”. Un film che non si fa manifesto solo di un’epoca in disfacimento come la nostra, ma che attraverso l’analisi dell’uomo moderno scava a fondo raccordandosi con la sua essenza più desolata e desolante, avvicinandosi a quella che è la comprensione dell’uomo in sé e accostando l’orecchio a quella che è la sua anima o a ciò che ne rimane.

Voto 9

G.P.

sabato 25 maggio 2013

Il Grande Gatsby - Recensione



Trama

Un aspirante scrittore, Nick Carraway (Tobey Maguire), abbandonata l’idea di scrivere, si trasferisce a New York per cercare fortuna come agente finanziario. Nella grande città è subito accolto dalla cugina Daisy (Carey Mulligan), che vive in una grande casa col marito Tom (Joel Edgerton), un ex atleta, ricco sfondato, che passa le sue giornate annoiato con la bella moglie. Prende una piccola casa a Long Island proprio vicino alla residenza di un certo Gatsby (Leonardo DiCaprio). Il nome di questo ricco uomo si insinua subito nella mente del ragazzo, il quale è sempre più incuriosito a proposito dell’identità di quest’ultimo. Un giorno riceve un invito, per andare a partecipare ad una delle feste che nel fine settimana organizza, dove scopre che lui è l’unico al quale è stato recapitato un invito. A queste feste partecipa tutta la New York che conta, dai politici, agli attori, ai gangster. Una sera, ad una delle sue sfarzose feste, Jay Gatsby si presenta a Nick, che sembra essere molto affascinato dal modo di fare dell’uomo e la sua curiosità a riguardo non è ancora stata tolta, fino a quando un’amica gli rivela di aver capito tutto, poco prima di scomparire a bordo di una decappottabile di lusso…

Recensione

Il film è sostanzialmente un vulcano di luci abbaglianti, colori, suoni e rumori, che non prendono forma, non si compattano, sembrano essere semplici macchie con contorni ben marcati, destinate a non comunicare niente. La festa, raccontata solo con l’aiuto di una buona fotografia e di una sfarzosa scenografia, non può bastare per dire qualcosa.
La prima parte del film è incentrata attorno al mistero su chi sia questo Gatsby, “Esiste...” -addirittura qualcuno si chiede  - “...oppure no?”. “E se non esiste, che senso ha tutto questo?”. Gatsby prende le forme e il volto di Di Caprio, che di nuovo si trova a suo agio con una recitazione che oscilla tra il misurato e l’esplosivo, rimanendo sempre attinente al personaggio che si è cucito addosso: insomma, un’altra buonissima performance.
Alcuni buoni momenti, come l’incontro con Daisy, il momento migliore del film, che esprime nel migliore dei modi i tumulti emotivi di due persone innamorate, ma incerte l’uno dell’altra, cogliendo a fondo quanto la titubanza e la paura di non essere ricambiati possa essere terribile come esperienza di vita vissuta, ma comica nella sua spontaneità, se vista dall’esterno. Il film si impenna per un attimo per poi ricadere ad un livello che, un inizio sfavillante nei colori e povero di sostanza, aveva fatto presagire.
Alcuni momenti visivamente disneyani fanno da cornice ad una povertà di contenuti notevole, come l’arrivo del protagonista a casa della cugina Daisy e del marito spaccone, che si presenta come una scena celestiale che richiama ad un sentore quasi magico, ma che risulta essere alla fine solamente un pomposo e zuccheroso richiamo al fiabesco. Alcune accelerazioni dello zoom, all’inizio, volte a mostrare la storia dall’esterno per poi avvicinarsi, incuriosendo lo spettatore, sono forzate e alcune riprese dall’alto della città dimostrano una megalomania stilistica che risulta un po’fastidiosa. I colori forti spesso colgono nel segno come nella scena del festino in casa dell’amante del marito, ma alla lunga sconfinano i margini dell’estetica, diventando pesanti e furbescamente riempitivi.
La storia diventa melodramma e sfocia in dramma sul finale, quasi per caso. Questo fa pendere il peso del film verso la conclusione, rendendo così la prima parte leggera e la seconda eccessiva, quasi che il film volesse recuperare, con uno sprint finale, calcando però troppo la mano, così da guastare l’equilibrio e trasformando così la pellicola in qualcosa di poco omogeneo.
La limpidezza di un personaggio oscuro e la frivolezza di una società che si mostrava sicura, questo è il contrasto che anima il film. Un personaggio che clona una battuta (vecchio mio) da un anziano amico scomparso che lo aveva aiutato (supplendo l’assenza della famiglia), che ne ricalca le orme diventandone forse il naturale successore, in contrasto con una società di cui Gatsby stesso è artefice, ma che si limita ad osservare dal balcone, con cauto distacco, senza giudizi, e per di più spinto al compimento di tale creazione da uno scopo più nobile di quanto la messinscena stessa
suggerirebbe. Non un edonista quindi, ma un uomo che sfrutta l’edonismo (altrui) per conseguire un obbiettivo che potrebbe essere definito, senza eccessi melensi, puro.
Le citazioni tratte dal libro, incastrate in maniera attenta e raccontate dalla voce narrante, servono per dare profondità al film. In definitiva una pellicola che fa dell’estetica visiva la sua parte forte, ma che pretende che basti appoggiare quest’ultima addosso alle spalle solide di un romanzo che ha fatto epoca, per trarne un prodotto buono, ma purtroppo così non è.

Voto 5

G.P.

venerdì 10 maggio 2013

Ironman 3 - Recensione



Trama

Tony Strak sta progettando nuovi Ironman e passa intere giornate a brevettare nuovi congegni per migliorare il potenziale della sua creatura. Trascura la sua compagna Pepper, che però, sapendo con chi si è fidanzata, cerca di non fargli pesare più di tanto queste sue mancanze. Dal passato di Tony fa il suo ritorno un personaggio inquietante, un uomo che era stato trascurato più di dieci anni prima dal magnate e che, dopo essersi ripreso dallo smacco subito, si fa vivo contattando Pepper per proporle una poco chiara transazione d’affari. Al contempo si sono verificati degli attacchi terroristici che potrebbero centrare con questa inquietante presenza, ma che vengono imputati al Mandarino, un terrorista mediorientale che fomenta l’odio contro l’America, definendosi non un uomo di distruzione e di terrore, ma un maestro pronto ad impartire una lezione severa a tutto l’occidente. Ironman è quindi ancora una volta chiamato in causa per disinnescare il pericolo imminente e salvare tutti coloro che sono in pericolo, con l’onere stavolta, di dover far quadrare i suoi “impegni di lavoro” con il conseguimento di una stabilità di relazione con la balla compagna.

Recensione


Il super eroe in questione non è la solita sintesi di tutte le buone qualità umane, non è uno spot pubblicitario, non è immune da tristezza e ossessioni, non è nulla di tutto questo. È, come visto anche nei precedenti episodi, un uomo vittima di un ego spaventoso e di tutti i conseguenti deliri che una megalomania tanto ingombrante può comportare. Qui, in questo terzo film, il suo personaggio diventa ancor più complesso, arrivando a manifestare questo suo senso di inadeguatezza attraverso attacchi di panico sempre più frequenti, rivelatori di un disagio forte, quasi come se non vedesse l’ora di scrollarsi di dosso l’aura di supereroe e l’onere che esso comporta, lasciando posto alla persona piuttosto che al personaggio, al volto piuttosto che alla maschera. Emblematica in tal senso è la scena in cui Tony è costretto a trascinare la sua corazza attraverso un sentiero innevato, nel bel mezzo di una tormenta. Questa è l’immagine simbolo del film: un uomo che vive come un peso il proprio alterego, ma dal quale, alla fine, riuscirà a separarsi. L’introspezione del personaggio è quindi uno degli aspetti nuovi o comunque più marcati, poco presenti e che raramente compaiono nei film per ragazzi di questo genere. Era già accaduto col primo Ironman e, un po’ meno col secondo, e si era visto con la trilogia di Batman di Nolan (ma quello è senza dubbio il supereroe che è stato trattato in maniera più adulta e che ha saputo nobilitare il filone, superandolo). Comunque il film in questione sa offrire momenti di ironia godibilissimi, tutti veicolati dalla compiaciuta guasconeria da Robert Downey Jr., che per certi aspetti ricorda i grandi comici di razza, che sapevano far ridere con l’immobilità del proprio volto, come per esempio Hugh Laurie (dr. House) e Bill Murray. La vicenda in questo caso offre spunti che sono molto attuali, come il tema della manipolazione delle masse e l’uso fondamentale dei media a tale scopo e, anzi, si potrebbe addirittura affermare che si tratti di una riflessione sul ruolo dell’immagine e su come questa possa colpire e distorcere a tal punto lo sguardo dello spettatore, fino a portarlo dalla propria parte. Il tema della vendetta, molto gettonato all’interno di questo genere cinematografico, è qui affrontato in modo standard, con il cattivo di turno che in parte è stato reso tale dal buono, che, a quanto pare, totalmente buono non è. Ciò potrebbe essere traslato all’interno di una parabola che vede il protagonista come creatore dei propri mostri e quindi anche come il più indicato alla loro eliminazione. Per la prima volta vediamo Tony Stark, magnate
dell’industria e potente uomo d’affari, alle prese con un tentativo di rapporto stabile con la bella compagna Pepper (Gwyneth Paltrow), e forse proprio questo si rivelerà essere la vera sfida per l’uomo che abita dentro la sua corazza. Insomma un vero dilemma per un protagonista, che dovrà fare i conti, da una parte, con l’ingombro della maschera da eroe e, dall’altra, con la vulnerabilità che l’assenza di quest’ultima comporterebbe. Inutile citare l’utilizzo abbondante di effetti speciali, che però quasi mai diventano invadenti, trasformandosi così in un maldestro stratagemma (specialmente per questo genere di film) di riempire vuoti di idee e di sceneggiatura: sono infatti limitati, seppur sofisticati e all’avanguardia, all’esaurimento del loro compito prioritario, cioè quello decorativo e, se vogliamo, emozionale. In definitiva si tratta quindi di un prodotto (di poco) sopra la media, all’interno del filone tratto dai Comics: che riesca, giunto al terzo episodio, ad essere superiore ad altre pellicole dello stesso genere (che magari rappresentano il tassello d’esordio di nuove saghe tratte dai fumetti) rappresenta sicuramente un punto a suo favore: il film conclusivo (forse) di una trilogia che ha, nel primo capitolo, sicuramente la sua parte migliore, ma che ha in questo film una degna chiusura.

Voto 6,5

G.P.

domenica 21 aprile 2013

Come un Tuono - Recensione




Trama

Luke è uno stuntman, un ragazzo che si guadagna da vivere facendo la punta di diamante in uno show di periferia: è un mago della moto ed il suo numero consiste nel fare il giro della morte in una gabbia di ferro a forma di sfera. Un giorno incontra Romina, una sua vecchia fiamma che non vedeva da tempo, da circa un anno, dall’ultima volta che era stato in città. Scopre che il figlio neonato della ragazza è suo e quindi, davanti al peso della responsabilità, decide di piantare il lavoro, per essere vicino al figlio, stabilendosi nei paraggi della sua ex. Ha bisogno di un lavoro e lo trova presso un meccanico, un uomo che un tempo aveva fatto qualche rapina in banca. Il meccanico gli propone quindi di rimettere in piedi la vecchia attività, viste le abilità di motociclista del suo nuovo collaboratore. Cominciano così a fare qualche rapina e tutto sembra andare bene, fino a quando, dopo una lite Luke decide di farne una per conto suo, ma gli va male: incontra Avery, un giovane poliziotto che lo ferma. Inizia così la storia di Avery che diventa un eroe per avere impedito a Luke di compiere la rapina. Dei colleghi corrotti cominciano ad avvicinarlo con l’intento di coinvolgerlo nei loro traffici. La storia si interrompe e riprende 15 anni dopo, con il figlio di Avery, AJ (ragazzo spavaldo ed amante della bella vita) che fa amicizia con Jason, il figlio di Luke (ragazzo introverso che fatica a legare). I due diventano amici, ma presto le cose si complicano e nella faccenda viene coinvolto anche Avery.

Recensione

Il film appare nettamente diviso in tre blocchi, apparentemente sconnessi, che però si intrecciano superati i due terzi del film. 
Ecco, l’elemento di particolarità del film è proprio questo: una sceneggiatura che unifica due elementi, che per più di metà film sono stati separati, in un epilogo risolutivo che dà senso parzialmente ad una struttura che sembrava essere poco solida. Il problema del film è legato al suo pregio strutturale: la comparsa quasi casuale dei protagonisti dà loro un’aura di incolpevole inconsapevolezza incastrandosi bene con l’atmosfera fatalista del film, ma al contempo penalizza una chiara comprensione del bisogno dei protagonisti e questo fa provare allo spettatore (o per lo meno al sottoscritto) un senso di smarrimento che viene in parte riscattato dalla terza parte, in cui quasi tutto sembra conciliarsi.
Lo stile appare invece l’elemento migliore del film: i toni, i dialoghi, il senso di desolazione del film, i destini dei protagonisti ecc., richiamano con accenti ben marcati, ai neonoir che negli ultimi anni hanno fatto il loro ingresso nei cinema, uscendo spesso con il consenso della critica e del pubblico (Mystic River su tutti, con l’immagine della macchina, il tema del ritorno al passato e dell’impossibilità di scostarsi da quello che il caso o il destino hanno scelto). L’atmosfera da periferia urbana, attraversata da persone che tirano a campare camminando in bilico sulla fune che divide il lecito dall’illecito, ben si abbina al senso di desolata rassegnazione che anima delle vite opache e terribilmente modeste dei personaggi del film. Personaggi sbandati per i quali una rapina in banca può risolvere i problemi, almeno per un po’, tramutandosi in una soluzione comoda e temporanea, per poi diventare in definitiva l’unica possibilità concretamente accessibile per riscattare una vita intera. Esistenze accomunate da una rabbia che legittima anche il crimine e la violenza, spianando la strada dell’illegalità al giovane reietto che sogna di ricompattare una famiglia mai nata e al poliziotto ad inizio carriera che si trova coinvolto in brutti giri quasi senza accorgersene: entrambi hanno quindi nell’ingenuità forse la colpa più grossa. Una speranza che si accende ad intermittenza,quindi, quella di tutti i personaggi: anche il poliziotto, eroe per caso che sogna una carriera che otterrà, dovrà pagare però il prezzo di dover mantenere un figlio scapestrato ed incorreggibile, invischiato in una costante e forsennata rincorsa al godimento immediato e alla facile esaltazione del momento. Tutto in questo film offre un lato in penombra, portatore ed al contempo simbolo di un contraltare inevitabile, che ha in una desolazione rassegnata il prodotto di un' esistenza perennemente a picco su un burrone di squallore. Una lieve speranza sembra accendersi per il figlio di Luke, quando riuscirà a comperarsi una moto con la quale andrà via: ma forse si tratta solo di un ritorno a quella che fu l’attività di stuntman del padre, quasi come se la velata speranza qui descritta non fosse altro che un oscuro presagio (offerto a beneficio dello spettatore) che incombe sulla testa del ragazzo, il quale appare quindi condannato a ripercorrere le orme del padre, in una sorta di eterno ritorno che impedisce il cambiamento, senza però spegnere mai la fiammella della speranza, così da rendere il finale tanto poetico quanto beffardo.

Voto 7

G.P.