Regia Peter Segal
Attori Sylvester Stallone, Robert De Niro, Kim Basinger, Alan Arkin, Jon Bernthal, Kevin Hart
Trama
Henry “Razor” Sharp è un ex pugile che vive di rimpianti. Anche Billy “The Kid” McDonnen è un ex pugile, ora imprenditore nel campo delle automobili, dedito alla bella vita e al divertimento. La loro rivalità sportiva si ferma ai due incontri disputati in gioventù, terminati con una vittoria a testa. Pare invece che dietro l’odio che li accomuna (e dietro l’improvviso ritiro di Henry) ci siano motivi più profondi. Un giorno Dante Slate Jr, figlio di un famoso impresario del settore, propone loro una collaborazione per un videogioco, a cui poi seguirà la possibilità di disputare quell’incontro di spareggio che anni prima non si era combattuto. All’orizzonte spunta però BJ, il figlio di Billy, e Sally, una ex fiamma di entrambi, che fa riaccendere la rivalità tra i due contendenti.
Recensione
È tipico di un periodo privo di idee ed immaginazione, andare a ripescare storie dal passato per provare a rivisitarle, cercando di ricavarne ancora qualche cosa. Questa pellicola va oltre: non si limita infatti a riesumare i personaggi del cinema passato (quelli di Rocky e di Toro Scatenato), ma cerca di rispolverare le carriere di due attori di Hollywood ormai arenatesi, ed in perenne bisogno di ossigeno. Mette certamente molta tristezza vedere un film come Toro Scatenato accostato ad una saga, seppur di successo, come Rocky (paragone indiretto, ma evidente, vista l’accoppiata di attori designati per la parte), ma mette ancor più dispiacere vedere Robert De Niro paragonato a Stallone (che forse in questo film addirittura lo supera in intensità). Il film non è che la storia scontata di un amore troncato e di una rivalità mai sfociata in un confronto definitivo. Storia di rimorso e di rimpianto quindi, che però non va oltre il clichè, e che inevitabilmente viene declinata in chiave melensa e buonista attraverso una riappacificazione tanto improvvisata quanto banale. Unica nota che rende il film a tratti sopportabile è l’ironia (da parte dei due protagonisti, ma soprattutto di Alan Arkin, l’allenatore di Henry, e di Kevin Hart, l’organizzatore dell’evento), che distoglie temporaneamente l’attenzione dal “già visto”, facendo così respirare lo spettatore. Ironia per nulla originale, si intende, fatta di battute sull’età che avanza e punzecchiature infantili, che lasciano qualche dubbio sulla reale serietà dell’attrito tra i due protagonisti. L’uno ombroso e retto, l’altro gigione e strafottente fino all’irritazione, nel mezzo una donna (Kim Basinger, anche lei come De Niro, una stella decaduta), che ovviamente alla fine saprà fare la scelta giusta, accasandosi presso il tormentato dal cuore d’oro.
Insomma è davvero complicato prendere sul serio una pellicola che non si capacita della propria pochezza. Il parallelismo che intercorre tra la trama ed il film è evidente: i due attori, come i rispettivi personaggi, debbono affrontare un prova che risulta essere fuori dalla loro portata a causa dell’età, dimostrando così di saperci ancora fare. Fortunatamente il ruolo dell’attore offre delle possibilità di reinventarsi che la temporalmente limitata carriera sportiva non offre, ma questi due attempati signori sembrano ostinatamente intenzionati a non cogliere il beneficio che tale mestiere offre loro, continuando a ricalcare ruoli che ormai sono fuori dalla loro portata. Il film, in merito a questo, sembra mettere le mani avanti, spiegando (tramite una frase pronunciata dai due protagonisti) come questa ripresa dei guantoni non sia altro che una lotta contro il ridicolo, che però i due attori perdono malamente. Evitano infatti di scavare a fondo, cercando di dare vita a due personaggi anziani ed amareggiati, ma per nulla rassegnati alla vecchiaia, come per esempio ha saputo fare magnificamente Clint Eastwood con i suoi film più recenti. Con pellicole come Gran Torino e Million Dollar Baby, infatti, è riuscito ad esplorare con occhio raffinato e sensibile i tormenti di personaggi ormai vecchi, senza fare patetici riferimenti ai ruoli da lui precedentemente interpretati, ma senza neppure prendere troppo le distanze da questi ultimi, andando così a disegnare una pregevolissima parabola esistenziale attraverso i diversi protagonisti dei suoi film, che si accosta a quella tracciata dalla sua splendida seconda parte di carriera.
Qua invece nulla di tutto questo, purtroppo: Stallone continua a replicare il solito eroe monocorde ed inespressivo e come forse nessun altro attore De Niro continua, da 15 anni a questa parte, a scimmiottare la propria immagine, dando il colpo di grazia (forse definitivo) alla sua mai nata seconda carriera d’attore (per intenderci, quella che termina con le interpretazioni degli anni 90), nonostante appena un anno fa si fosse distinto per l’interpretazione Pat Solitano, padre del protagonista Breadly Cooper nel film Il Lato Positivo.
Un film che è avvolto da un velo di tristezza, non generato dalla storia che racconta, ma dalla visione di carriere più o meno gloriose (quelle degli attori coinvolti) consumate davanti alla tentazione di poter rivivere le interpretazioni passate, e magari anche di fronte alla possibilità di percepire un altro ingaggio spaventosamente alto, soprattutto se rapportato alle performance qui offerte.
Voto 4
G.P.
Regia David O’Russell
Attori Christian Bale, Amy Adams, Breadly Cooper, Jennifer Lawrence, Jeremy Runner, Robert De Niro
Trama
Irving Rosenfeld è un truffatore affermato, proprietario di una catena di lavanderie e trafficante d’arte, sposato con una donna divorziata, Rosalyn, con la quale vive assieme al figlio di lei. Incontra Sydney Prosser, una donna povera ma scaltra, con la quale entra in società. Tra i due nasce un rapporto sentimentale che si consolida di pari passo con l’espandersi della loro “attività”. Quando però l’agente Richie DiMaso li incastra, sono obbligati a collaborare con i federali. I tre cercano quindi di incastrare Carmine Polito, sindaco di una piccola cittadina del New Jersey, coinvolgendolo con un esca in affari poco chiari. A tutto ciò si aggiunge la presenza incombente della mafia che attende nuovi sviluppi della faccenda, valutando la possibilità di entrare in affari.
Recensione
Un uomo si sistema i capelli, pettinandoli con un vistoso riporto e aggiungendovi del “materiale” per supplire all’assenza di materia prima: truffa l’occhio di chi guarda sfoggiando una capigliatura perfetta, che però non possiede. La sintesi della natura truffaldina di Irving Rosenfeld, imbroglione di professione, è tutta in questa prima sequenza. Il film tratta infatti il tema della truffa, facendo il ritratto di una vita in maschera, quella del protagonista, da condividere preferibilmente con un’abile ed affascinante truffatrice, dissimulando e fingendo forse anche con lei.
Questa pellicola mette in scena tutto ciò, affidandosi ad un particolarissimo uso della musica, che nelle scene più concitate e tese ricorda lo Scorsese dei suoi film gangsteristici, ed al contempo, nell’enfatizzare i momenti più mondani, diventa un’efficace commento sonoro ad una parodia del glamour che prende di mira la smania di possesso e di potere, ridicolizzandola e riducendola a manifestazione eccessiva e patetica di sé. Per conseguire tale scopo il regista si è affidato ad un trucco e all’uso di costumi che rendono volutamente eccessivi i personaggi, trasformandoli in caricature e portando così il discorso sui binari di un’ironia che ricorda molto quella dei fratelli Cohen. In tutto questo non c’è però disprezzo verso i personaggi, ma paradossalmente il grottesco nel quale vengono calati testimonia quasi una forma di tenerezza (oltre che un po’ di pena) che il regista riserva nei loro confronti.
Ciò che caratterizza questo film è anche un uso dicotomico del tono del racconto, che da un lato pende sul versante del drammatico e dall’altro vira verso il comico, rendendo la pellicola divertente oltre che tesa e coinvolgente: una tecnica questa che il regista aveva già utilizzato ne Il lato positivo, sfumando però maggiormente i due registri (per rispettare la natura romantica del film), contrariamente a quanto fatto in questo film, nel quale invece sembra mescolarli in maniera più decisa.
È una storia di parziali e temporanee vittorie e di sconfitte brucianti, che rendono chiunque vittima di un patimento e di un senso di incompiutezza che si rivela essere il motore stesso della truffa. L’unica via di salvezza sembra trovarsi nella capacità di rinnovamento e nel tentativo di cambiare, accantonando l’arte dell’imbroglio e rischiando così la pericolosa carta della verità. “Non dovevo dire la verità ad una donna”, dice il protagonista dopo il secondo incontro con la futura amante e complice. Proprio a causa di un gesto così avventato crede di averla perduta, salvo poi rendersi conto che proprio questo azzardo ha dato inizio al loro sodalizio “lavorativo” e sentimentale.
Il film risulta estremamente scoppiettante ed incisivo, ironico e serio, grazie anche ad un cast che unisce i protagonisti degli ultimi due film del regista O’Russell (Amy Adams e Christian Bale di The fighter e Jennifer Lawrence, Breadly Cooper e un inatteso Robert DeNiro de Il lato positivo), ed il loro innegabile affiatamento risulta essere uno degli elementi di maggior pregio della pellicola.
Un film che a modo suo si pone anche dei quesiti etici importanti, domandandosi quanto sia concesso oltrepassare le regole stabilite dalla legge e a quale scopo, e quanto sia lecito creare trappole per ingolosire dei potenziali malfattori con l’obbiettivo premeditato di incastrarli. La conclusione non lascia trasparire prese di posizioni nette al riguardo, ma semplicemente si limita ad osservare i quattro personaggi uscire malconci da una storia ingarbugliata, vedendoli disperdersi ognuno per la sua strada e fare fagotto di un’esperienza alquanto assurda e dagli esiti inaspettati, imprevedibili quanto il finale stesso del film.
Voto 7/8
G.P.
Regia Ben Stiller
Attori Ben Stiller, Kristen Wiig, Sean Penn, Adam Scott
Trama
Walter Mitty è un uomo anonimo che conduce una vita monotona e senza slanci. Ha però una fervida immaginazione e spesso la sua mente viaggia, conducendolo sull’onda di pensieri improvvisi e fantasiosi che lo allontanano dalla realtà. L’azienda per cui lavora, la prestigiosa rivista Life, sta subendo una fusione e quindi si prospetta un taglio del personale. A lui è stato affidato il compito di selezionare il fotogramma che diventerà la copertina dell’ultimo numero della rivista. Sean O’Connell, un avventuriero col quale è da anni in contatto, gli manda dei fotogrammi suggerendo il 25 come più adatto per la copertina, ma Walter, che non ha mai perso nulla in 16 anni di lavoro, non riesce a trovare il negativo selezionato. Trovando energia dagli incoraggiamenti di Cheryl , collega della quale è cotto, decide di lanciarsi alla ricerca del fotogramma smarrito e parte così per la Groenlandia.
Recensione
I sogni possono influenzare la realtà? Questa è la domanda alla base di questo film. Walter Mitty ha sempre vissuto nella sua testa, dividendo nettamente la realtà dalla finzione ed innalzando quest’ultima ad uno statuto di impossibilità. Questo ha ristretto da sempre le sue prospettive, relegandolo ad una vita monotona e vigliacca. Resosi conto di quanto la vita possa sembrare un sogno, Walter inizia a dare solidità ai suoi sogni, accogliendoli nella sua vita sottoforma di possibilità. Il coraggio e la curiosità verso l’ignoto lo hanno reso un essere umano più completo, tramutandolo in ciò che avrebbe voluto essere, ma che aveva solo sognato di poter essere. La conquista più a portata di mano, ma anche la più difficile da raggiungere (forse perché la più realizzabile), ovviamente è rappresentata da una donna: un’occasione così prossima a somigliare alla felicità da risultare irraggiungibile. Bolle di sapone che esplodono contro la realtà della sua esistenza, che spinte dalla voce della ragazza di cui è totalmente cotto, si ordinano e prendono consistenza, trasformando la sua esistenza.
Ben Stiller disegna un personaggio timido e riservato, ma pronto ad esplodere: l’accendino in mano lo ha sempre avuto a quanto pare, ma non lo ha mai utilizzato, forse perché semplicemente non sapeva di possederne uno. Un film che dà coraggio e ti fa dire: “beh, se ce l’ha fatta lui…”, che riesce a gettare lo sguardo su una storia che diventa sempre più compatta, evidenziando l’indole magmatica del suo protagonista, colta nel suo momento di evoluzione. L’ironia del personaggio è pacata e sottotono, ma ispira tenerezza e per alcuni forse, un senso immedesimazione. Viene però distorta per un attimo, in una particolare scena: la citazione de Lo strano caso di Benjamin Button. In questo spezzone sembra quasi che Ben Stiller non sappia resistere alla comicità spiccatamente demenziale che gli è propria, facendola confluire in una scena che onestamente fa ridere parecchio, ma che tradisce il tono del film. La scena con Sean Penn mantiene invece intatta la sua ironia stralunata, con l’aggiunta di una serietà che sembra costantemente per cedere allo sberleffo, ma che invece viene mantenuta in equilibrio, contribuendo così ad innalzare questo spezzone a scena clou, nella quale le fila del racconto si uniscono in attesa della sorpresa finale.
Un buon film nel quale i momenti solo sognati, dapprima si incastrano con quelli reali, ma con lo scorrere del film vengono sostituiti da questi ultimi. Nella sostanza Stiller ha saputo costruire, non senza qualche intoppo a livello di ritmo, un film con uno sviluppo interessante, nel quale il protagonista si barcamena tra le varie difficoltà della vita, guardando finalmente in faccia la paura e lo spettro del fallimento, mostrandoci così come la fantasia possa essere l’arma più efficace e concreta per superarli. Una pellicola che filma il lancio del cuore oltre l’ostacolo di Walter Mitty, piccolo uomo dalle possibilità grandi quanto i suoi sogni, che diventa adulto proprio travasando un poco della magia presente nelle sue fantasie, dentro la realtà. Così, senza badare troppo alle
conseguenze, sembra suggerirci che il valore del coraggio risiede proprio nella capacità di saper sognare in grande, a condizione che però i sogni vengano presi sul serio.
Voto 7
G.P.
Regia Woody Allen
Attori Cate Blanchett, Alec Baldwin, Bobby Cannavale, Sally Hawkins
Trama
Jeanette Francis, detta Jasmine, è una donna che vede la sua vita perfetta andare completamente in pezzi. Prima che suo marito Harnold, ricco uomo d’affari, andasse in galera, conduceva un’esistenza perfetta a Manhattan, immersa nel lusso ed impegnata ad organizzare party per l’elite della Grande Mela. Caduta in rovina riallaccia i rapporti con la sorella Ginger, residente a San Francisco, domandandole di ospitarla. La donna vive col suo nuovo ragazzo Chili, ed ha due figli da una precedente relazione. La convivenza tra le due sorelle non è affatto facile, Jasmine è però decisa a riordinare la sua vita, cercando così di riemergere da uno stato di pericolosa malinconia, che sembra però in piena espansione.
Recensione
Woody Allen da sempre ci ha abituati a commedie caratterizzate da marcate sfumature esistenziali, nelle quali il suo umorismo sottile smorza ed al contempo inasprisce la sua concezione amara della vita. Il suo pessimismo è diventato un suo elemento di distinzione, come la sua ironia cinica e sconsolata. In questo film i toni si abbassano e la vivace abbondanza di materiale comico, tipica del suo repertorio, sparata a raffica in film come Basta che funzioni (bellissimo!), rimane in sordina, lasciando spazio ad uno stile sicuramente più misurato e sotto le righe nella forma, ma dal contenuto decisamente più amaro, soprattutto negli esiti della storia e nelle sue conclusioni. In Basta che funzioni la felicità era a tempo determinato: si gioisce per quanto sia consentito, attendendo che la ghigliottina faccia il suo mestiere. Qui invece la vita è concepita come una pugnalata al fianco, un tormento continuo, una fregatura costante. L’ironia che emerge in questa pellicola scaturisce dalla paradossalità delle scene e dalla pena che suscitano i vari personaggi, del tutto ignari delle loro situazioni, e quindi ancora più patetici. Torna di nuovo, quindi, il tema dell’illusione come unica chiave per la felicità, che ha come sole alternative la follia o l’insoddisfazione, anche se lucida, e quindi ancor più lancinante. Differenti manifestazioni di squallore dunque, ai quali Allen ci avvicina trasmettendoci il suo senso di pena e il suo disagio profondo, senza concedere però ai personaggi nemmeno un po’ di pietà. È tragico il dimenarsi che la povera Jasmine mette in mostra per l’intera durata della pellicola: un movimento disarticolato e sgraziato, animato dal solo intento di non guardare in faccia l’inevitabile rovina. Ed è proprio questo suo goffo tentativo di mantenersi eretta e signorile lungo il patibolo, che rende tragicamente grottesco il suo personaggio, conferendole al contempo anche un’elevata statura, quasi simbolica, proprio a causa di questa incosciente superficialità e di una regalità appassita e definitivamente deturpata.
La struttura della storia richiama alle sceneggiature care soprattutto all’ultimo Allen, fatte di incontri fortuiti, di momenti di temporanea distensione e di rivoluzioni inaspettate che, come all’interno di un gigantesco monopoli esistenziale, riportano le pedine al loro punto di partenza, ripristinandone le posizioni iniziali e andando a ricreare così una sorta di eterno ritorno dal sapore nietzschano (fonte d’ispirazione dichiarata dello stesso regista).
Un film corale quindi, nel quale però spicca la grandezza da prima donna di Cate Blanchett, che, a quanto dicono, si è già prenotata un posto in prima fila per la corsa agli Oscar. È mirabile infatti il lavoro che svolge sul personaggio: le sfumature che riesce a creare sono assai calibrate, l’esaltazione e lo spaesamento sono alternate in maniera credibilissima, sia nei momenti di interazione con altri che durante i suoi discorsi paranoici e solitari. Le sabbie mobili sulle quali si trova a camminare sono incarnate dalle situazioni catastrofiche nelle quali si imbatte, in cui il suo occhio disorientato è sempre alla spasmodica ricerca di pillole o di bottiglie di alcolici. La lucidità
che sembra mancarle ritorna, seppur per poco tempo, quando realizza pensieri profondi e disperati, spietati a tal punto da turbare chi l’ascolta. Inoltre i conseguenti deliri raggiungono dei picchi d’intensità altissimi attraverso degli sguardi distorti e folli, che in qualche modo sembrano richiamare il delirio ossessivo dell’attrice decaduta del cinema muto, interpretata da Gloria Swanson nel film Viale del tramonto di Billy Wilder.
Un film dunque che sa sviluppare in maniera particolare i temi cari (carissimi) al regista, cosa non sempre possibile a causa di una saltuaria mancanza di ispirazione dovuta ad un’altissima densità produttiva (circa un film all’anno) che, a detta dello stesso Allen, gli serve per non pensare troppo: una sorta di terapia psicoanalitica volta a sopportare lo spettro della morte che lentamente gli si avvicina. Spettro che in questo film non appare nella maniera classica, ma che si insinua dentro le azioni e i pensieri dei personaggi, manifestandosi sotto la forma dell’impossibilità costante di autorealizzarsi, che mina alla base le esistenze dei personaggi, inaridendone le aspirazioni ed annullandone le azioni. Un film mortifero in maniera sotterranea, che esalta le capacità del regista, rivelandone l’attenzione alle sfumature e la sensibilità nel cogliere le amarezze insopportabili di cui può essere fatta un’esistenza colma di aspirazioni sfumate.
Voto 8
G.P.
Regia Joshua Michael Stern
Attori Ashton Kutcher, Matthew Modine, Josh Gad, Dermont Mulroney
Trama
La vita di Steve Jobs raccontata dagli inizi, quando ancora studente universitario sognava di inventare qualcosa di originale, diventando poi fondatore della Apple e passando attraverso momenti difficili e crisi personali.
Recensione
Realizzare un biopic è senza dubbio un’impresa complicata anche se può sembrare il contrario, dato che la storia è già stata scritta in prima persona da colui che si è apprestato a viverla. Partendo da questo presupposto si finisce però col ridurre il film ad una fiction senza spessore, come è capitato proprio in questa pellicola. Jobs non sfrutta le potenzialità di un personaggio gigantesco nelle ambizioni, e limitatissimo nella capacità affettive: parabola amara su una forma di potere che si è obbligati a raggiungere, forse spinti dalla convinzione di dover provare qualcosa, o mossi da una passione che invece che animare, agita e tramortisce. La passione è infatti la sfumatura più vivida che questo film conferisce al personaggio: il focus sulla sua anima indomita, che non conosce resa, restituisce a questo personaggio un po’ di luce (e allo spettatore la curiosità). Ma il contrasto con le sue zone d’ombra risulta poco approfondito, o approfondito in maniera standard e banale, ricalcando la stessa psiche di Mark Zuckerberg in The social network. Contrariamente a quest’ultimo film, però, non c’è un’angolatura speciale dalla quale è stata osservata la storia (il processo ai danni del creatore di facebook, nel film sopracitato); non è un punto particolare della vita del protagonista ad essere analizzato più approfonditamente, ma la sua esistenza è scomposta nelle tappe connesse ai suoi successi o insuccessi professionali, evidenziando i crocevia della sua carriera, peraltro senza la giusta attenzione. Così facendo, quando Steve ricorda gli avvenimenti passati, allo spettatore (o per lo meno al sottoscritto) sembra si stia parlando di momenti non poi così distanti nel tempo cronologico della storia, ma, al contrario, appena vissuti, proprio perché non sono colti in tutta la loro forza, ma vengono solo menzionati senza mostrare come il protagonista li assimili e come da questi venga mutato. Il risultato è che gli unici cambiamenti lampanti, che si notano con immediatezza, sono quelli dovuti al look del protagonista, che cambia negli anni.
Rino Gaetano cantava: “e quando la tua mante prende il volo ti accorgi che sei rimasto solo”: ecco è proprio questa la storia del protagonista, quella dell’incompreso che alla solitudine risponde con l’isolamento volontario e con l’esaltazione del proprio lavoro, quasi che il rincorrere il progresso non fosse altro che un tentativo di fuga dall’insoddisfazione. Jobs si aggira lungo tutto l’arco del film con un’andatura curva, quasi che questa fosse la manifestazione di un tormento, che però la pellicola si limita a filmare e a riprodurre nella mimica e nella postura, riducendo così un personaggio così complesso ad una macchietta. Rimane quindi un elemento simbolico, questa camminata grottesca, ma anche la metafora di un film che si sofferma sugli aspetti più visibili del suo protagonista, non sapendo però andare oltre. La sua battaglia contro coloro che vogliono impossessarsi della sua creatura è trattata come fosse una bega di condominio, senza intensità e senza la necessaria curiosità, volta a capire l’importanza che l’azienda ha per il suo fondatore. Tra un pianto ed uno scatto d’ira il film si trascina verso un finale enfatico che si chiude con la frase-slogan (“questo video è dedicato ai folli…”) che è stata usata a suo tempo come spot per il prodotto. La banalizzazione di un discorso così incisivo è cominciata dall’accostamento del medesimo alla pubblicità del marchio, e si è compiuta con il suo ulteriore utilizzo per il finale di questo film, che a sua volta sembra non un biopic, ma l’ennesima pubblicità all’azienda, visto lo scarsissimo coinvolgimento emotivo e lo stile da telefilm adolescenziale con il quale è stato realizzato.
Voto 4/5
G.P.
Regia Gennaro Nunziante
Attori Checco Zalone, Aurore Erguy, Miriam Dalmazio, Robert Dancs, Ruben Aprea
Trama
Checco Zalone è un lavoratore stanco di dipendere da un’azienda che sembra non valorizzarlo. Decide così di licenziarsi per trovare fortuna come venditore di aspirapolverei porta a porta. Sceglie però il periodo peggiore, perché la fabbrica in cui la moglie lavora rischia di chiudere. Inoltre in questa situazione economicamente disastrosa, Checco promette al figlio una vacanza da sogno, in caso di una promozione a pieni voti. Questo accade, così padre e figlio partono per una vacanza sgangherata ed improbabile verso una meta misteriosa ed improvvisata.
Recensione
Come altri addetti ai lavori che popolano il mondo dello spettacolo anche Checco Zalone (storpiatura dell’espressione dialettale “che cozzalone” ovvero “che tamarro”, vero nome Luca Medici) trae ispirazione per il suo ultimo film dal tema del momento: la crisi, interpretandola a suo modo e rivisitandola attraverso una comicità sboccata, che viene affidata alle “gesta” del suo alterego e omonimo cinematografico. Non ha quindi intenti di analisi o propositi di soluzione (e ci mancherebbe), ma segue quello che è il suo stile, basato sullo sberleffo maleducato, volto a inquadrare l’italiano medio (che forse non capisce fino in fondo che è proprio di lui che si sta parlando). L’elemento che contribuisce a rendere comiche le sue disavventure è certamente una grossa dose di fortuna sfacciata che alla fine incorona lo scemo del villaggio come inconsapevole vincitore. Come un Forrest Gump nostrano, lo strampalato self made man non fa altro che fraintendere e deludere chi lo circonda, ma rocambolescamente riesce a superare una selva di ostacoli, rimanendo in equilibrio sul filo teso sopra la sua esistenza malandata. L’ottimismo che Zalone decanta e di cui si fa manifesto è parodiato e tramutato in un misto di incoscienza e strafottenza che (quasi esclusivamente nei film) conduce direttamente in bocca ad un inevitabile lieto fine. Il protagonista appare quasi come un cartoon, per il suo modo genuino e un po’ volgare di porsi, caratterizzato da un’ingenuità infantile dovuta ad un’ignoranza smisurata, e l’ottimismo sopra citato sembra essere motivato dal fatto che semplicemente abbia sentito dire in televisione che “bisogna averlo”, e quindi non è mosso da una speranza radicata o da una fede incrollabile in qualche cosa. Il film quindi si regge su un personaggio/maschera ormai collaudato, che qui viene trasposto in un nuovo contesto, ma anche su uno stile comico rodato, tutto costruito sulla maldestra ignoranza del protagonista, poi esaltata da una struttura di racconto concepita come un susseguirsi di sketch e situazioni comiche. Ovviamente non si tratta di un film nuovo nello stile, poiché la ditta Zalone/Nunziante non si cimenta nella sperimentazione di nuovi meccanismi comici, né tanto meno azzarda un cambio di registro perché squadra che vince non si cambia (dove per “vince” ovviamente si intende “sbancare il botteghino”), ma si limita a liberare l’ignaro sempliciotto di paese all’interno di una situazione caotica, che però incredibilmente ed inconsapevolmente egli riesce in qualche modo a riordinare, tramutandosi nell’eroe di una favola dai toni sboccati e (come si usa dire) politicamente scorretti. Si tratta del solito prodotto godibile che sembra non avere grossi margini di esplorazione da parte di chi costruisce e interpreta le storie, ma al contempo la nuova maschera comica non sembra avere ancora esaurito la carica esplosiva che da qualche anno a questa parte la anima. L’unica speranza in tal senso è che questa macchietta possa trovare nuovi spazi in cui muoversi, e soprattutto ci si augura, che quando questi saranno esauriti, si possa avere il buon gusto necessario per non azzardare inutili tentativi di rianimazione ai danni della salma di un divertimento che fu (oltre che ai danni dello spettatore), come hanno fatto i fratelli Vanzina e Neri Parenti con il loro interminabile filone di film natalizi.
Voto 5/6
G.P.
Regia Luc Besson
Attori Robert De Niro, Michelle Pfeiffer, Dianna Agron, John D’Leo, Tommy Lee Jones
Trama
La famiglia Manzoni (padre, madre, e due figli adolescenti) si trova costretta a cambiare il nome in Blake e ad emigrare in Francia dagli Stati Uniti, dopo essere stata inserita nel programma di protezione testimoni dalla polizia. Nella nuova località dovrà fare i conti con la convivenza difficile con gli abitanti della tranquilla cittadina che li ospita, cercando di non farsi smascherare dai vecchi “soci in affari”, che stanno cercando Giovanni, il capo famiglia, per fargliela pagare.
Recensione
Il film è spesso poco incisivo e caratterizzato dalla presenza di uno humor che solo talvolta coglie nel segno, battendo costantemente sullo stesso tasto: mira infatti ad ironizzare sulla violenza che la famiglia, in modi differenti, perpetra nei confronti di ogni qualsivoglia intruso che giunge dall’esterno, minandone la serenità. Ha il difetto di non avere equilibrio e di non essere affatto omogeneo, caratteristica che si manifesta nei mal accostati momenti di ironia e di dramma, che finiscono per depotenziare la carica umoristica della pellicola, ridicolizzandone le parti drammatiche. Gli attori raggiungono la sufficienza, e le due superstar si collocano sul piano dei due attori emergenti, lasciando loro lo spazio per poter emergere. De Niro in particolare ricopre il ruolo che ha caratterizzato la sua carriera, quello del gangster, ricorrendo alle sue tipiche espressioni facciali, senza cadere però nell’eccesso che ha minato la sua credibilità nell’ultima decade, tramutandolo in una sorta di caricatura di se stesso. Il gangster pentito con attacchi d’ira incontrollati che emerge in questo film, non è niente di eccelso, ma nemmeno deturpa il passato glorioso dell’attore italo-americano e dei suoi celebri ruoli da malavitoso. La Pfeiffer invece risulta un po’sottotono, pur mantenendo la sinuosità e l’espressione conturbante di un tempo. La regia è poco classica e sembra particolarmente interessata a far coesistere il dramma con la commedia. Appare però incerta nel raggiungimento del suo proposito, e Besson dà l’impressione di non riuscire a guidare al meglio la storia, che infatti sbanda qua e là, regalando talvolta qualche guizzo, ma lasciando trasparire soprattutto un mancato equilibrio nella gestione del tono della storia ed un maldestro dosaggio dei due elementi che invece vorrebbe bilanciare.
La componente comica, come detto, è affidata all’incompatibilità di ogni singolo elemento della famiglia con l’ambiente all’interno del quale dovrebbe mimetizzarsi. Questo espediente fa risultare l’intero nucleo famigliare come distante anni luce dall’habitat in cui si trova, ed ogni tentativo di inserimento diventa matematicamente un fallimento. Il negozio dato alle fiamme, le martellate “giustificate” di De Niro, il racket scolastico e il modo troppo diretto di gestire gli spasimanti indesiderati, rappresentano quindi il meglio di una comicità che non colpisce mai direttamente nel segno, lasciando allo spettatore il gusto di un sorriso smorzato e talvolta poco convinto. Alcune trovate sono discrete, come la citazione di Quei bravi ragazzi: un dichiarato omaggio a De Niro, che si ritrova, per l’appunto, a guardare se stesso sullo schermo, in un espediente frizzante quel tanto che basta per scuotere il torpore che fino a quel momento addormenta il film (tale momento però è solo lasciato intendere allo spettatore, altrimenti l’operazione meta cinematografica sarebbe risultata assai troppo bizzarra e alquanto auto compiaciuta). Discreta trovata dunque, che fa però da ponte per un finale che tradisce completamente il resto della pellicola, soprattutto nel suo ricorrere ad un uso “serio” della violenza, che fino a quel momento era stata ridotta a semplice espediente umoristico. La chiusura torna ad essere ironica, come per incanto, riducendosi però ad un debole tentativo volto a far rientrare la pellicola nei giusti binari, senza peraltro raggiungere lo scopo prefissato. Ne risulta quindi una commediola senza troppe pretese, con pochi momenti discreti ed alcuni momenti di noia, in cui la recitazione degli attori non esalta particolarmente i personaggi ed il potenziale dello spunto iniziale non viene valorizzato a dovere.
Voto 5
G.P.