mercoledì 30 aprile 2014

Lei - Recensione


Regia Spike Jonze
Attori Joaquin Phoenix. Amy Adams, Olivia Wilde, Rooney Mara, Chris Pratt.

Trama

In una Los Angeles futuristica, Theodor Twombly conduce una vita solitaria dopo la rottura con la moglie, lavorando come autore di lettere d’amore per conto di altri. Attanagliato dalla solitudine decide di comprare un dispositivo informatico, un OS1, che gli tenga compagnia. Questo sistema operativo è impostato dallo stesso Ted, che decide di chiamarlo Samantha. La relazione con Samantha, seppur solo vocale, diventa sempre più intensa e solida col passare del tempo, tanto che i due raggiungono un’intimità tale da dichiararsi reciprocamente, diventando fidanzati. Le dinamiche del rapporto somigliano in modo inquietante a quelle di una coppia tradizionale, ma come nelle coppie tradizionali il rapporto rischia di incrinarsi anche a causa dell’evidente differenza che intercorre tra i due partner.

Recensione

La solitudine è davvero una brutta bestia, un ostacolo che pone chiunque ad un confronto serrato con se stessi, ma il futuro mostrato da questo splendido film sembra offrire una scappatoia a questo problema. E se un’unità informatica sostituisse uno dei due partner, instaurando con un essere umano una relazione con le stesse dinamiche di una relazione sentimentale tradizionale? Gli organismi artificiali potranno in futuro possedere sentimenti, e se sì, li elaboreranno come facciamo noi? In definitiva: esiste davvero una differenza tra noi e loro? Il film non risolve la matassa con una risposta lineare e netta, ma lascia permanere degli interrogativi pesanti, e solo alla lunga sembra lasciar intravedere una soluzione. Si tratta di un film che supera la dicotomia amore reale / amore virtuale, interrogando il protagonista e lo spettatore a proposito della propria natura in una riflessione sui rapporti umani, prima ancora che su quelli tra uomo e macchina. Una soluzione che giunge al termine di un percorso introspettivo che pone il protagonista davanti all’impossibilità pratica di una relazione interfacciata con un sistema operativo, nonché all’incapacità di relazionarsi con gli altri e di affrontare lo spettro del rifiuto. Theodor non riesce a mettere in pratica l’arte del rapporto che sembra invece essergli congegnale, vista la profonda sensibilità manifestata nella professione che svolge, riducendosi così ad essere un semplice portaborse sentimentale. Con l’arrivo di Samantha tutto cambia, Ted sembra sbocciare, provando timidamente ad uscire dal suo guscio. La loro relazione procede in fretta, e nonostante l’iniziale titubanza anche il sesso è contemplato, nonostante il non piccolo inconveniente dell’assenza fisica di Samantha, supplito però da un’intensità emotiva che prende carne, forma e sostanza in maniera così dirompente da far dimenticare l’assenza di corporeità. La scena dell’amplesso in particolare è un vero capolavoro: un attimo intensissimo in cui, nell’impossibilità di consumare il rapporto in carne ed ossa, la complicità si concentra tutta nella sola sintonia tra le due voci, che deborda facendo esclamare a Samantha: “Mi fai sentire che ho una pelle. Non appena il rapporto si è consumato, in una scena che rimane a schermo totalmente oscurato, la città emerge inaspettata dal buio, come una sterminata vastità di luci artificiali (appunto) che illuminano la notte solitaria di Theodor. Con il rapporto sessuale sembra eliminato il bisogno di una fisicità, la relazione sembra essersi svincolata dalla condanna di essere solo un rapporto platonico e la fisicità diventa quindi un intoppo al conseguimento di un rapporto perfetto, quasi fosse proprio questo l’ostacolo da superare  per raggiungere l’estasi più completa 
Il rapporto di questa coppia sui generis con le altre coppie presenti nel film sembra quindi sostanzialmente simile, ma si ha quasi l’impressione che la cascata sia pronta a sorprendere da un momento all’altro Ted e Samantha, nonostante il fiume sembri essere calmo e navigabile. Si ha la sensazione straniante che la felicità del protagonista troverà di lì a poco un intoppo fatale che ne sgonfierà l’entusiasmo, costringendolo a rivalutare la situazione e a razionalizzare per quanto possibile i suoi sentimenti alla luce delle scoperte cui si troverà davanti durante il corso del film. Questo elemento però non è del tutto differente da quello che caratterizza le coppie normali, che possono in ogni momento andare in contro alla fine della relazione: quindi la fragilità del rapporto diventa un elemento di ulteriore comunanza tra un legame di questo tipo ed uno tradizionale, poiché è sempre la variabile umana a dettare i tempi a seconda della natura del rapporto e dei partner. Beffardamente si può notare come il protagonista abbia deciso di instaurare una relazione di questo tipo proprio per paura del rifiuto, ma anche come le dinamiche alle quali va incontro siano proprio quelle che temeva di dover affrontare, in una storia che  sottolinea in maniera amara come qualsiasi rapporto obblighi ad un’autoanalisi continua nonché ad una costante riscoperta delle proprie incertezze e delle proprie paure, che non può essere in alcun modo rimandata 
C’è poi da sottolineare la performance strepitosa di Joaquin Phoenix, che restituisce al suo personaggio tutte le sfumature di un animo tormentato, frustrato sensibilissimo, conferendogli le caratteristiche tipiche dell’omino con i baffetti, anonimo e solitario, con uno spessore interiore ed una complessità fuori dal comune. I suoi dubbi, i suoi tormenti e i suoi entusiasmi contenuti sono delineati alla perfezione da questo attore che da qualche tempo a questa parte non sbaglia un film, dimostrando di saper convogliare i turbamenti del suo tormentato animo da star incompresa, plasmandoli fino a farli diventare la sostanza delle sue interpretazioni. Va menzionata anche la bravissima Amy Adams che interpreta il personaggio di Amy, collega e amica di Ted. La Adams riesce a comunicare tantissimo con il solo magnetismo dello sguardo in un’interpretazione contenuta e moderata nella quale, nonostante appaia sempre struccata un po’ sbattuta, se possibile arriva a livelli di bellezza e di veridicità difficilmente raggiunti in precedenza.    
La regia è originale, estremamente ispirata e caratterizzata dall’utilizzo di un tono malinconico e trasognato, che non sconfina mai in uno stile incolore o freddo. Spike Jonze (anche sceneggiatore, nonché fresco vincitore dell’Oscar per la migliore sceneggiatura originale) riesce inoltre a portare avanti un discorso estremamente complesso, che avrebbe potuto essere banalizzato se fosse stato ridotto al rapporto uomo-macchina, discorso che invece viene affrontato in maniera estremamente matura dal registache ne amplia gli orizzonti ed alza il tiro a favore di un’analisi antropologia profondissima, che va a toccare in maniera dolorosa e poetica il tema della solitudine e del disadattamento del singolo.  
In definitiva si tratta di un film assolutamente da vedere, come quest’anno se ne sono visti pochi. Consigliatissimo. 

Voto 8/9
G.P.

domenica 2 marzo 2014

Smetto quando voglio - Recensione


Regia Sydney Sibilia

Attori Edoardo Leo, Valeria Solarino, Valerio Aprea, Lorenzo Lavia, Stefano Fresi,
Paolo Calabresi, Pietro Sermonti, Libero De Rienzo, Neri Marcorè

Trama

Pietro è un ricercatore universitario specializzato in neurobiologia, vive con la compagna Giulia, e a causa della crisi fatica a sbarcare il lunario. Umiliato da una condizione che non lo valorizza e che non gli garantisce sicurezza economica, decide di impiegare le sue conoscenze per produrre una nuovissima droga, non ancora vietata in Italia e quindi perfettamente legale. Per realizzare l’impresa si circonda di un manipolo di accademici ridotti nelle sue stesse condizioni: i latinisti Mattia e Giorgio, il chimico Alberto, l’antropologo Andrea, l’economista Bartolomeo, e l’archeologo Arturo. Il successo nel loro nuovo business li esporrà all’attenzione del Murena, boss della droga romana, e a quella delle forze dell’ordine che, dopo aver inserito la loro creazione nella lista delle sostanze illecite, cominciano a seguire con sempre maggiore interesse i loro traffici.

Recensione

Nei tempi di crisi qualsiasi discorso etico finisce col passare in secondo piano di fronte alla prospettiva di una vita che non garantisce la sopravvivenza, così 7 ricercatori universitari si vedono costretti a reinventarsi, riciclandosi come produttori e spacciatori di droga. Le potenzialità comiche della pellicola risultano evidenti, ma vengono sfruttate solo parzialmente. Il film stenta infatti a decollare, soprattutto per un difetto strutturale nella sceneggiatura, che vede la storia arrivare al dunque solo attorno alla mezz’ora del film, addormentando così il primo terzo della pellicola. Questa prima parte si limita a mostrare la vita frustrante del protagonista, il quale non vede affatto tradursi in successo professionale, e quindi economico, gli sforzi fatti fino a quel momento, e nemmeno il suo talento indiscusso sembra essere riconosciuto dai superiori, che lo snobbano proprio perché non sembrano essere in grado di comprenderlo. I personaggi che gravitano attorno a questa “astuta mente criminale” (e dai quali dipende gran parte della verve comica della pellicola) sono anch’essi dei piccoli geni nei rispettivi ambienti accademici, costretti ad accontentarsi di un lavoro mal retribuito e del tutto scollegato dal proprio settore di competenza. Il successo della loro impresa, va di pari passo con un’impennata della pellicola, anche se questa non sembra essere del tutto ben gestita. La banda si troverà a fare i conti con il successo e con la conseguente ingordigia di alcuni suoi elementi, ed è proprio a questo punto della storia che la narrazione prende una piega non definita. Si notano infatti echi drammatici che rendono poco chiaro il tono di questa commedia dai dichiarati intenti comici, che finisce col tradurre questa mancata chiarezza in situazioni confuse ed involontariamente grottesche. Il finale recupera in leggerezza, traducendo l’intera storia in una stramba parentesi in cui degli incorreggibili sfigati si impongono rocambolescamente all’interno di un mondo, quello della malavita, a loro totalmente sconosciuto, fino a venirne risputati, non prima di avere però gettato scompiglio nella struttura criminale contro la quale si sono involontariamente scontrati. È un film che parte da un buonissimo spunto, caratteristica non rara nel cinema italiano degli ultimi anni (un esempio può essere rappresentato dalla pellicola Immaturi di Genovese), ma che ha nella stesura e nel mancato sviluppo di alcune sue potenzialità dei difetti evidenti. Risulta però un discreto tentativo della commedia italiana, fino a poco tempo fa identificata quasi totalmente con il “fenomeno” dei cinepanettoni, di cimentarsi con la realtà contemporanea e con la crisi economica attuale, tema che ha dato spunto a non pochi personaggi del nostro cinema, come Checco Zalone in Sole a catinelle e Carlo Verdone in Posti in piedi in paradiso. Ne risulta un prodotto tutto sommato godibile che non offre di certo proposte di risoluzione al problema (l’idea di base infatti è un evidente tentativo di raggirare il problema, proprio in mancanza di una soluzione),
ma che dà voce alla frustrazione che un momento storico come il nostro può generare, limitandosi a declinare una situazione sull’orlo del tragico in una chiave comica non marcatamente dissacrante (e quindi poco coraggiosa), ma a tratti divertente e leggera, pur con i limiti, e i relativi margini di miglioramento, che questo genere in Italia ancora manifesta.

Voto 5/6
G.P.

mercoledì 29 gennaio 2014

The Wolf of Wall Street - Recensione


Regia: Martin Scorsese
Attori: Leonardo Di Caprio, Jonah Hill, Margot Robbie, Matthew McConaughey, Jean Dujardin

Trama

Jordan Belfort è un brocker di New York che, giovanissimo, decide di mettersi in proprio aprendo un’azienda con Donnie, suo vicino di casa, ed altri suoi conoscenti. Nel giro di poco tempo l’attività si espande a tal punto che Jordan, a soli 26 anni, si ritrova in possesso di una delle principali aziende in ascesa di tutta Wall Street, talmente grande da fargli guadagnare il soprannome di Wolfie. Con il successo cambia anche lo stile di vita di Jordan, il quale divorzia dalla prima moglie per sposarsi con l’amante, un’avvenente ragazza conosciuta poco prima. L’FBI comincia però ad indagare sulle sue attività, insospettita dalla sua fulminante ascesa. Inizia così una battaglia tra guardie e ladri tra il giovane uomo d’affari e il governo americano, che andrà di pari passo con il declino professionale e sentimentale di Jordan.

Recensione

Droga, sesso e Wall Street: questo potrebbe essere senza dubbio il sottotitolo dell’ultima pellicola diretta da Martin Scorsese, che questa volta si cimenta con una storia che parla di crimine e finanza. Il giovane rampante Jordan Belfort incarna l’arrivismo e la smania di potere tipica della gioventù americana nell’era reaganiana (e post-reaganiana) a cavallo tra gli anni ’80 e ‘90. Il suo è un mondo popolato da bambini che non riconoscono le leggi degli adulti, e allora, divenuti abbastanza grandi, se ne fanno di proprie, non ponendosi limiti etici di alcun tipo. Il suo mentore lo aveva avvisato che per reggere in quel campo bisogna affidarsi a due elementi: la masturbazione e la cocaina. L’allievo supera di gran lunga il maestro, arrivando ad organizzare, una volta aperta la sua società, festini sexy in ufficio (con licenza di consumare rapporti sessuali) e a consumare una quantità di droga giornaliera “che stenderebbe tutta Manhattan e Queens per un mese”. Le droghe fungono quindi da energetici per far durare più a lungo il gioco e le donne sono una deliziosa decorazione, un optional a cui un edonista convinto non può rinunciare. Per una volta un film di Scorsese è stato vietato (ai minori di 14 anni) non per l’uso esplicito della violenza, ma per quello del sesso, che rappresenta una costante all’interno dell’intera pellicola. Viene infatti vissuto con la più totale assenza di coinvolgimento sentimentale, tanto da essere declassato a manifestazione esplicita e sboccata del proprio possesso e del proprio status gerarchico (concetto ben espresso nella scena che mostra la suddivisione in categorie estetiche delle prostitute che gravitano attorno all’azienda).
Il mestiere di questi nuovi businessman consiste nel truffare investitori ignoranti, per cominciare, passando poi a quelli più grossi, man mano l’attività si allarga. Non provano rimorso per quello che fanno, quasi fossero bambini alle prese con un pacchetto di caramelle appena rubato. Questo loro atteggiamento indolente non corre però il rischio di appiattire il film, poiché è proprio l’accumulo e la ripetizione di tali atti a creare le fondamenta del loro stile di vita, e quindi l’apatia dei personaggi, imbambolati di fronte al simbolo del dollaro, offre a Scorsese un spunto di analisi interessante. È una pellicola che ricorda Quei bravi ragazzi e Casinò, per come mette in mostra il mondo all’interno del quale si muovono i personaggi, ed il modo in cui essi svolgono le loro attività, osservando come queste non sembrino mai portare ad una forma di sazietà, rigenerandosi costantemente all’interno di un circolo vizioso che ha nell’eccesso l’obbiettivo ultimo di qualsiasi azione.
Lo stile di Scorsese è il solito: fulminante ed imprevedibile, dinamicissimo nello sviluppare le azioni e nel raccordarle tra loro. Si assiste a momenti di rara pulizia tecnica e registica (attraverso l’uso del ralenti, per esempio) ai quali il regista italoamericano ci ha abituati, come nella scena del lancio dell’orologio durante uno dei suoi comizi, o nei momenti in cui le droghe entrano in circolo, creando un punto di rottura secco con la realtà circostante. Utilissimo l’approccio confidenziale con cui il protagonista si rivolge al pubblico, spesso guardando anche in camera, in un esercizio meta cinematografico che Scorsese aveva già utilizzato in Quei bravi ragazzi. Un elemento in parte nuovo è però rappresentato dall’umorismo marcato, e talvolta demenziale, molto presente in questa pellicola, accentuato da un taglio registico che sottolinea ironicamente alcune situazioni, anche le più drammatiche. Questo espediente evidenzia il carattere dei personaggi, così da dare alle loro azioni dei connotati spiccatamente ludici che, accostate alla loro indole infantile, porta il film sui binari del grottesco.
Di Caprio in questo film dà sfogo agli eccessi che la sua indole di attore vulcanico gli permette di esprimere, diventando quasi mefistofelico in alcune sue espressioni (soprattutto in quelle in cui arringa i suoi dipendenti) e giungendo così a trovare il ruolo adatto in cui liberare i suoi isterismi (sempre da manuale, si intende) senza timore di risultare sopra le righe. Un carisma davvero poco comune il suo, che permette di dar vita ad un personaggio indomito e profondamente animalesco, incapace di cedere al pentimento o di rimuginare sul patrimonio dilapidato. Nei frangenti finali della pellicola Scorsese si limita a filmare la sua caduta repentina, concentrandosi sui momenti che l’hanno segnata, senza trarre conclusioni o azzardare giudizi di alcun genere.
Ci sono forse alcune lungaggini di troppo all’interno di scene che peraltro sarebbero risultate più incisive se sintetizzate, e risultano un po’ forzati alcuni espedienti che poco si confanno ad un film di questo genere (come per esempio alcune voci off che talvolta forzano la scena, inclinandola troppo sul versante comico), ma nel complesso le tre ore di film passano senza pesare, riuscendo a divertire lo spettatore.
Un film che, nonostante la vicenda raccontata, non si perde in sentimentalismi e non concede nulla all’emotività, come è nello stile del regista d’altronde, che preferisce da sempre dare vigore agli eventi, vivacità alle scene e contorni netti ai personaggi, piuttosto che scegliere una (comunque plausibilissima) chiave narrativa controllata ed un tono più intimo con cui mettere in scena la storia. Come sempre la musica ha notevole importanza nel suo cinema poiché permette di scandire le scene designandone spesso il tono, come fa per esempio la canzone Mrs. Robinson (nella versione rock dei Lemonheads), che sfuma la pellicola verso un finale beffardo per il protagonista. A tal proposito va menzionata anche la presenza della canzone Gloria di Tozzi, presente in una scena che mostra un “soggiorno forzato” del protagonista in territorio italiano.
Uno Scorsese che torna a trattare i temi legati al mondo del crimine, tanto cari al suo cinema, dopo l’incursione nel mondo della favola dickensiana di Hugo Cabret, suo penultimo film, e lo fa aggiungendo un tassello alla sua lunga galleria di personaggi raccontati finora, portandosi a casa 5 pesanti nomination nella corsa agli Oscar (miglior film, regia, attore protagonista per Leonardo Di Caprio, attore non protagonista per Jonah Hill e per la sceneggiatura non originale). Staremo a vedere se e in quali categorie questo film la spunterà.

Voto 8
G.P.

lunedì 20 gennaio 2014

Il Grande Match - Recensione


Regia Peter Segal
Attori Sylvester Stallone, Robert De Niro, Kim Basinger, Alan Arkin, Jon Bernthal, Kevin Hart

Trama

Henry “Razor” Sharp è un ex pugile che vive di rimpianti. Anche Billy “The Kid” McDonnen è un ex pugile, ora imprenditore nel campo delle automobili, dedito alla bella vita e al divertimento. La loro rivalità sportiva si ferma ai due incontri disputati in gioventù, terminati con una vittoria a testa. Pare invece che dietro l’odio che li accomuna (e dietro l’improvviso ritiro di Henry) ci siano motivi più profondi. Un giorno Dante Slate Jr, figlio di un famoso impresario del settore, propone loro una collaborazione per un videogioco, a cui poi seguirà la possibilità di disputare quell’incontro di spareggio che anni prima non si era combattuto. All’orizzonte spunta però BJ, il figlio di Billy, e Sally, una ex fiamma di entrambi, che fa riaccendere la rivalità tra i due contendenti.

Recensione

È tipico di un periodo privo di idee ed immaginazione, andare a ripescare storie dal passato per provare a rivisitarle, cercando di ricavarne ancora qualche cosa. Questa pellicola va oltre: non si limita infatti a riesumare i personaggi del cinema passato (quelli di Rocky e di Toro Scatenato), ma cerca di rispolverare le carriere di due attori di Hollywood ormai arenatesi, ed in perenne bisogno di ossigeno. Mette certamente molta tristezza vedere un film come Toro Scatenato accostato ad una saga, seppur di successo, come Rocky (paragone indiretto, ma evidente, vista l’accoppiata di attori designati per la parte), ma mette ancor più dispiacere vedere Robert De Niro paragonato a Stallone (che forse in questo film addirittura lo supera in intensità). Il film non è che la storia scontata di un amore troncato e di una rivalità mai sfociata in un confronto definitivo. Storia di rimorso e di rimpianto quindi, che però non va oltre il clichè, e che inevitabilmente viene declinata in chiave melensa e buonista attraverso una riappacificazione tanto improvvisata quanto banale. Unica nota che rende il film a tratti sopportabile è l’ironia (da parte dei due protagonisti, ma soprattutto di Alan Arkin, l’allenatore di Henry, e di Kevin Hart, l’organizzatore dell’evento), che distoglie temporaneamente l’attenzione dal “già visto”, facendo così respirare lo spettatore. Ironia per nulla originale, si intende, fatta di battute sull’età che avanza e punzecchiature infantili, che lasciano qualche dubbio sulla reale serietà dell’attrito tra i due protagonisti. L’uno ombroso e retto, l’altro gigione e strafottente fino all’irritazione, nel mezzo una donna (Kim Basinger, anche lei come De Niro, una stella decaduta), che ovviamente alla fine saprà fare la scelta giusta, accasandosi presso il tormentato dal cuore d’oro.
Insomma è davvero complicato prendere sul serio una pellicola che non si capacita della propria pochezza. Il parallelismo che intercorre tra la trama ed il film è evidente: i due attori, come i rispettivi personaggi, debbono affrontare un prova che risulta essere fuori dalla loro portata a causa dell’età, dimostrando così di saperci ancora fare. Fortunatamente il ruolo dell’attore offre delle possibilità di reinventarsi che la temporalmente limitata carriera sportiva non offre, ma questi due attempati signori sembrano ostinatamente intenzionati a non cogliere il beneficio che tale mestiere offre loro, continuando a ricalcare ruoli che ormai sono fuori dalla loro portata. Il film, in merito a questo, sembra mettere le mani avanti, spiegando (tramite una frase pronunciata dai due protagonisti) come questa ripresa dei guantoni non sia altro che una lotta contro il ridicolo, che però i due attori perdono malamente. Evitano infatti di scavare a fondo, cercando di dare vita a due personaggi anziani ed amareggiati, ma per nulla rassegnati alla vecchiaia, come per esempio ha saputo fare magnificamente Clint Eastwood con i suoi film più recenti. Con pellicole come Gran Torino e Million Dollar Baby, infatti, è riuscito ad esplorare con occhio raffinato e sensibile i tormenti di personaggi ormai vecchi, senza fare patetici riferimenti ai ruoli da lui precedentemente interpretati, ma senza neppure prendere troppo le distanze da questi ultimi, andando così a disegnare una pregevolissima parabola esistenziale attraverso i diversi protagonisti dei suoi film, che si accosta a quella tracciata dalla sua splendida seconda parte di carriera.
Qua invece nulla di tutto questo, purtroppo: Stallone continua a replicare il solito eroe monocorde ed inespressivo e come forse nessun altro attore De Niro continua, da 15 anni a questa parte, a scimmiottare la propria immagine, dando il colpo di grazia (forse definitivo) alla sua mai nata seconda carriera d’attore (per intenderci, quella che termina con le interpretazioni degli anni 90), nonostante appena un anno fa si fosse distinto per l’interpretazione Pat Solitano, padre del protagonista Breadly Cooper nel film Il Lato Positivo.
Un film che è avvolto da un velo di tristezza, non generato dalla storia che racconta, ma dalla visione di carriere più o meno gloriose (quelle degli attori coinvolti) consumate davanti alla tentazione di poter rivivere le interpretazioni passate, e magari anche di fronte alla possibilità di percepire un altro ingaggio spaventosamente alto, soprattutto se rapportato alle performance qui offerte.

Voto 4
G.P.

giovedì 9 gennaio 2014

American Hustle - Recensione


Regia David O’Russell

Attori Christian Bale, Amy Adams, Breadly Cooper, Jennifer Lawrence, Jeremy Runner, Robert De Niro

Trama

Irving Rosenfeld è un truffatore affermato, proprietario di una catena di lavanderie e trafficante d’arte, sposato con una donna divorziata, Rosalyn, con la quale vive assieme al figlio di lei. Incontra Sydney Prosser, una donna povera ma scaltra, con la quale entra in società. Tra i due nasce un rapporto sentimentale che si consolida di pari passo con l’espandersi della loro “attività”. Quando però l’agente Richie DiMaso li incastra, sono obbligati a collaborare con i federali. I tre cercano quindi di incastrare Carmine Polito, sindaco di una piccola cittadina del New Jersey, coinvolgendolo con un esca in affari poco chiari. A tutto ciò si aggiunge la presenza incombente della mafia che attende nuovi sviluppi della faccenda, valutando la possibilità di entrare in affari.

Recensione

Un uomo si sistema i capelli, pettinandoli con un vistoso riporto e aggiungendovi del “materiale” per supplire all’assenza di materia prima: truffa l’occhio di chi guarda sfoggiando una capigliatura perfetta, che però non possiede. La sintesi della natura truffaldina di Irving Rosenfeld, imbroglione di professione, è tutta in questa prima sequenza. Il film tratta infatti il tema della truffa, facendo il ritratto di una vita in maschera, quella del protagonista, da condividere preferibilmente con un’abile ed affascinante truffatrice, dissimulando e fingendo forse anche con lei.
Questa pellicola mette in scena tutto ciò, affidandosi ad un particolarissimo uso della musica, che nelle scene più concitate e tese ricorda lo Scorsese dei suoi film gangsteristici, ed al contempo, nell’enfatizzare i momenti più mondani, diventa un’efficace commento sonoro ad una parodia del glamour che prende di mira la smania di possesso e di potere, ridicolizzandola e riducendola a manifestazione eccessiva e patetica di sé. Per conseguire tale scopo il regista si è affidato ad un trucco e all’uso di costumi che rendono volutamente eccessivi i personaggi, trasformandoli in caricature e portando così il discorso sui binari di un’ironia che ricorda molto quella dei fratelli Cohen. In tutto questo non c’è però disprezzo verso i personaggi, ma paradossalmente il grottesco nel quale vengono calati testimonia quasi una forma di tenerezza (oltre che un po’ di pena) che il regista riserva nei loro confronti.
Ciò che caratterizza questo film è anche un uso dicotomico del tono del racconto, che da un lato pende sul versante del drammatico e dall’altro vira verso il comico, rendendo la pellicola divertente oltre che tesa e coinvolgente: una tecnica questa che il regista aveva già utilizzato ne Il lato positivo, sfumando però maggiormente i due registri (per rispettare la natura romantica del film), contrariamente a quanto fatto in questo film, nel quale invece sembra mescolarli in maniera più decisa.
È una storia di parziali e temporanee vittorie e di sconfitte brucianti, che rendono chiunque vittima di un patimento e di un senso di incompiutezza che si rivela essere il motore stesso della truffa. L’unica via di salvezza sembra trovarsi nella capacità di rinnovamento e nel tentativo di cambiare, accantonando l’arte dell’imbroglio e rischiando così la pericolosa carta della verità. “Non dovevo dire la verità ad una donna”, dice il protagonista dopo il secondo incontro con la futura amante e complice. Proprio a causa di un gesto così avventato crede di averla perduta, salvo poi rendersi conto che proprio questo azzardo ha dato inizio al loro sodalizio “lavorativo” e sentimentale.
Il film risulta estremamente scoppiettante ed incisivo, ironico e serio, grazie anche ad un cast che unisce i protagonisti degli ultimi due film del regista O’Russell (Amy Adams e Christian Bale di The fighter e Jennifer Lawrence, Breadly Cooper e un inatteso Robert DeNiro de Il lato positivo), ed il loro innegabile affiatamento risulta essere uno degli elementi di maggior pregio della pellicola.
Un film che a modo suo si pone anche dei quesiti etici importanti, domandandosi quanto sia concesso oltrepassare le regole stabilite dalla legge e a quale scopo, e quanto sia lecito creare trappole per ingolosire dei potenziali malfattori con l’obbiettivo premeditato di incastrarli. La conclusione non lascia trasparire prese di posizioni nette al riguardo, ma semplicemente si limita ad osservare i quattro personaggi uscire malconci da una storia ingarbugliata, vedendoli disperdersi ognuno per la sua strada e fare fagotto di un’esperienza alquanto assurda e dagli esiti inaspettati, imprevedibili quanto il finale stesso del film.

Voto 7/8
G.P.

martedì 31 dicembre 2013

I Sogni Segreti di Walter Mitty - Recensione


Regia Ben Stiller
Attori Ben Stiller, Kristen Wiig, Sean Penn, Adam Scott

Trama

Walter Mitty è un uomo anonimo che conduce una vita monotona e senza slanci. Ha però una fervida immaginazione e spesso la sua mente viaggia, conducendolo sull’onda di pensieri improvvisi e fantasiosi che lo allontanano dalla realtà. L’azienda per cui lavora, la prestigiosa rivista Life, sta subendo una fusione e quindi si prospetta un taglio del personale. A lui è stato affidato il compito di selezionare il fotogramma che diventerà la copertina dell’ultimo numero della rivista. Sean O’Connell, un avventuriero col quale è da anni in contatto, gli manda dei fotogrammi suggerendo il 25 come più adatto per la copertina, ma Walter, che non ha mai perso nulla in 16 anni di lavoro, non riesce a trovare il negativo selezionato. Trovando energia dagli incoraggiamenti di Cheryl , collega della quale è cotto, decide di lanciarsi alla ricerca del fotogramma smarrito e parte così per la Groenlandia.

Recensione

I sogni possono influenzare la realtà? Questa è la domanda alla base di questo film. Walter Mitty ha sempre vissuto nella sua testa, dividendo nettamente la realtà dalla finzione ed innalzando quest’ultima ad uno statuto di impossibilità. Questo ha ristretto da sempre le sue prospettive, relegandolo ad una vita monotona e vigliacca. Resosi conto di quanto la vita possa sembrare un sogno, Walter inizia a dare solidità ai suoi sogni, accogliendoli nella sua vita sottoforma di possibilità. Il coraggio e la curiosità verso l’ignoto lo hanno reso un essere umano più completo, tramutandolo in ciò che avrebbe voluto essere, ma che aveva solo sognato di poter essere. La conquista più a portata di mano, ma anche la più difficile da raggiungere (forse perché la più realizzabile), ovviamente è rappresentata da una donna: un’occasione così prossima a somigliare alla felicità da risultare irraggiungibile. Bolle di sapone che esplodono contro la realtà della sua esistenza, che spinte dalla voce della ragazza di cui è totalmente cotto, si ordinano e prendono consistenza, trasformando la sua esistenza.
Ben Stiller disegna un personaggio timido e riservato, ma pronto ad esplodere: l’accendino in mano lo ha sempre avuto a quanto pare, ma non lo ha mai utilizzato, forse perché semplicemente non sapeva di possederne uno. Un film che dà coraggio e ti fa dire: “beh, se ce l’ha fatta lui…”, che riesce a gettare lo sguardo su una storia che diventa sempre più compatta, evidenziando l’indole magmatica del suo protagonista, colta nel suo momento di evoluzione. L’ironia del personaggio è pacata e sottotono, ma ispira tenerezza e per alcuni forse, un senso immedesimazione. Viene però distorta per un attimo, in una particolare scena: la citazione de Lo strano caso di Benjamin Button. In questo spezzone sembra quasi che Ben Stiller non sappia resistere alla comicità spiccatamente demenziale che gli è propria, facendola confluire in una scena che onestamente fa ridere parecchio, ma che tradisce il tono del film. La scena con Sean Penn mantiene invece intatta la sua ironia stralunata, con l’aggiunta di una serietà che sembra costantemente per cedere allo sberleffo, ma che invece viene mantenuta in equilibrio, contribuendo così ad innalzare questo spezzone a scena clou, nella quale le fila del racconto si uniscono in attesa della sorpresa finale.
Un buon film nel quale i momenti solo sognati, dapprima si incastrano con quelli reali, ma con lo scorrere del film vengono sostituiti da questi ultimi. Nella sostanza Stiller ha saputo costruire, non senza qualche intoppo a livello di ritmo, un film con uno sviluppo interessante, nel quale il protagonista si barcamena tra le varie difficoltà della vita, guardando finalmente in faccia la paura e lo spettro del fallimento, mostrandoci così come la fantasia possa essere l’arma più efficace e concreta per superarli. Una pellicola che filma il lancio del cuore oltre l’ostacolo di Walter Mitty, piccolo uomo dalle possibilità grandi quanto i suoi sogni, che diventa adulto proprio travasando un poco della magia presente nelle sue fantasie, dentro la realtà. Così, senza badare troppo alle
conseguenze, sembra suggerirci che il valore del coraggio risiede proprio nella capacità di saper sognare in grande, a condizione che però i sogni vengano presi sul serio.

Voto 7

G.P.

venerdì 20 dicembre 2013

Blue Jasmine - Recensione


Regia Woody Allen
Attori Cate Blanchett, Alec Baldwin, Bobby Cannavale, Sally Hawkins

Trama

Jeanette Francis, detta Jasmine, è una donna che vede la sua vita perfetta andare completamente in pezzi. Prima che suo marito Harnold, ricco uomo d’affari, andasse in galera, conduceva un’esistenza perfetta a Manhattan, immersa nel lusso ed impegnata ad organizzare party per l’elite della Grande Mela. Caduta in rovina riallaccia i rapporti con la sorella Ginger, residente a San Francisco, domandandole di ospitarla. La donna vive col suo nuovo ragazzo Chili, ed ha due figli da una precedente relazione. La convivenza tra le due sorelle non è affatto facile, Jasmine è però decisa a riordinare la sua vita, cercando così di riemergere da uno stato di pericolosa malinconia, che sembra però in piena espansione.

Recensione

Woody Allen da sempre ci ha abituati a commedie caratterizzate da marcate sfumature esistenziali, nelle quali il suo umorismo sottile smorza ed al contempo inasprisce la sua concezione amara della vita. Il suo pessimismo è diventato un suo elemento di distinzione, come la sua ironia cinica e sconsolata. In questo film i toni si abbassano e la vivace abbondanza di materiale comico, tipica del suo repertorio, sparata a raffica in film come Basta che funzioni (bellissimo!), rimane in sordina, lasciando spazio ad uno stile sicuramente più misurato e sotto le righe nella forma, ma dal contenuto decisamente più amaro, soprattutto negli esiti della storia e nelle sue conclusioni. In Basta che funzioni la felicità era a tempo determinato: si gioisce per quanto sia consentito, attendendo che la ghigliottina faccia il suo mestiere. Qui invece la vita è concepita come una pugnalata al fianco, un tormento continuo, una fregatura costante. L’ironia che emerge in questa pellicola scaturisce dalla paradossalità delle scene e dalla pena che suscitano i vari personaggi, del tutto ignari delle loro situazioni, e quindi ancora più patetici. Torna di nuovo, quindi, il tema dell’illusione come unica chiave per la felicità, che ha come sole alternative la follia o l’insoddisfazione, anche se lucida, e quindi ancor più lancinante. Differenti manifestazioni di squallore dunque, ai quali Allen ci avvicina trasmettendoci il suo senso di pena e il suo disagio profondo, senza concedere però ai personaggi nemmeno un po’ di pietà. È tragico il dimenarsi che la povera Jasmine mette in mostra per l’intera durata della pellicola: un movimento disarticolato e sgraziato, animato dal solo intento di non guardare in faccia l’inevitabile rovina. Ed è proprio questo suo goffo tentativo di mantenersi eretta e signorile lungo il patibolo, che rende tragicamente grottesco il suo personaggio, conferendole al contempo anche un’elevata statura, quasi simbolica, proprio a causa di questa incosciente superficialità e di una regalità appassita e definitivamente deturpata.
La struttura della storia richiama alle sceneggiature care soprattutto all’ultimo Allen, fatte di incontri fortuiti, di momenti di temporanea distensione e di rivoluzioni inaspettate che, come all’interno di un gigantesco monopoli esistenziale, riportano le pedine al loro punto di partenza, ripristinandone le posizioni iniziali e andando a ricreare così una sorta di eterno ritorno dal sapore nietzschano (fonte d’ispirazione dichiarata dello stesso regista).
Un film corale quindi, nel quale però spicca la grandezza da prima donna di Cate Blanchett, che, a quanto dicono, si è già prenotata un posto in prima fila per la corsa agli Oscar. È mirabile infatti il lavoro che svolge sul personaggio: le sfumature che riesce a creare sono assai calibrate, l’esaltazione e lo spaesamento sono alternate in maniera credibilissima, sia nei momenti di interazione con altri che durante i suoi discorsi paranoici e solitari. Le sabbie mobili sulle quali si trova a camminare sono incarnate dalle situazioni catastrofiche nelle quali si imbatte, in cui il suo occhio disorientato è sempre alla spasmodica ricerca di pillole o di bottiglie di alcolici. La lucidità
che sembra mancarle ritorna, seppur per poco tempo, quando realizza pensieri profondi e disperati, spietati a tal punto da turbare chi l’ascolta. Inoltre i conseguenti deliri raggiungono dei picchi d’intensità altissimi attraverso degli sguardi distorti e folli, che in qualche modo sembrano richiamare il delirio ossessivo dell’attrice decaduta del cinema muto, interpretata da Gloria Swanson nel film Viale del tramonto di Billy Wilder.
Un film dunque che sa sviluppare in maniera particolare i temi cari (carissimi) al regista, cosa non sempre possibile a causa di una saltuaria mancanza di ispirazione dovuta ad un’altissima densità produttiva (circa un film all’anno) che, a detta dello stesso Allen, gli serve per non pensare troppo: una sorta di terapia psicoanalitica volta a sopportare lo spettro della morte che lentamente gli si avvicina. Spettro che in questo film non appare nella maniera classica, ma che si insinua dentro le azioni e i pensieri dei personaggi, manifestandosi sotto la forma dell’impossibilità costante di autorealizzarsi, che mina alla base le esistenze dei personaggi, inaridendone le aspirazioni ed annullandone le azioni. Un film mortifero in maniera sotterranea, che esalta le capacità del regista, rivelandone l’attenzione alle sfumature e la sensibilità nel cogliere le amarezze insopportabili di cui può essere fatta un’esistenza colma di aspirazioni sfumate.

Voto 8


G.P.