martedì 27 agosto 2013

Monsters University - Recensione



Trama

Il piccolo Mike Wazovski, mostro monocolo minuto ed emarginato, sogna di diventare uno spaventatore. Si iscrive alla facoltà di spavento, dove non si fa scoraggiare dalle sue misere doti fisiche e si impegna con tutto se stesso per emergere. Entrerà però ben presto in conflitto con un altro aspirante spaventatore, discendente di una grande famiglia di spaventatori: James P. Sullivan. Rischiando entrambi di essere espulsi dall’università a causa di una bravata, dovranno vincere una gara di spavento a squadre per potervi rimanere, come pattuito con la preside, e per farlo dovranno allearsi. La gara si rivelerà però assai complicata, sia per le difficoltà pratiche della squadra, sia per l’ostilità con gli altri team, e di uno in particolare.

Recensione

Il film parte e si sviluppa come un normale film a sfondo universitario, una sorta di Animal House in versione cartoon (al quale gli autori si sono ispirati), non avvicinandosi però alla poesia che era presente nel film precedente, datato 2001. Infatti, seppur ben costruito e collaudato a misura di bambino (ma fruibile anche dagli adulti come è nella tradizione Disney e Pixar), inizialmente sembra non avere quella profondità che lo farebbe sembrare qualcosa di più di un semplice cartoon. Ma nello sviluppo della storia c’è spazio per un inversione di rotta che trasforma il film in una parabola sull’accettazione di sé, sull’amicizia impossibile che germoglia ugualmente, sul riconoscimento della propria unicità e sul valore dell’adattamento e della tenacia. Lontano da quelle commediole demenzial- adolescenziali, della serie: l’incorreggibile sfigato si riscatta diventando una sorta di James Dean spavaldo e sciupa femmine (parecchio improbabile). I presupposti e gli ingredienti sono quelli (almeno per quanto riguarda la figura dell’inadatto che cerca di non sentirsi fuori posto, visto che qui il lato sentimentale non è preso in considerazione), ma vengono amalgamati con sapienza sopraffina e serviti nel finale, dando al film quella profondità che sembrava mancargli. Ed in prospettiva questa storia potrà fare meglio ai bambini se assimilata attraverso questo film piuttosto che buttarla giù come un cocktail attraverso un film del genere sovra citato. E anche agli adulti rassegnati potrà regalare un po’ di saggezza sull’argomento, allontanandoli dal disincanto che può sopraggiungere quando l’era dei balocchi è ormai finita; tutto ciò senza però cadere nel buonismo, che comunque è sempre in agguato in questo genere cinematografico, poiché si sa mimetizzare bene tra i colori sfavillanti del cartone animato.
Il rovesciamento caratteriale dei due protagonisti rispetto al film del 2001 (ma anche la loro conservata complementarietà) permette alla pellicola di esplorare territori nuovi, contrariamente a quanto il film precedente sembrava poter permettere. I personaggi infatti vengono utilizzati in maniera originale ed imprevedibile, andando a scombinare l’idea che ci si era fatti di Mike e Sulley , cambiando loro il carattere e arrivando addirittura a invertirne i ruoli. Lo stesso Randall, la lucertola camaleontica che diverrà l’antagonista della coppia di mostri, spiazza nella nuova veste di studente incerto ed insicuro. L’assenza di un antagonista ben definito e minaccioso non indebolisce la trama: come scelta si adatta infatti al tipo di film che va a delinearsi, in cui la sfida è legata alla messa a fuoco dei propri desideri ed aspirazioni, volta ad una maturazione personale ed ad una ricerca di identità, che fa della difficoltà di crescere e di maturare il vero ostacolo da superare per potersi definitivamente svelare e scoprire come adulti. Come a dire che l’adolescenza e la giovinezza sono periodi già abbastanza duri per essere caricati con la presenza di un arcinemico in stile Marvel, piuttosto si addice loro una presenza meno minacciosa e più disturbante (come il rettore dell’università o la confraternita rivale) che mette in discussione le qualità dei due protagonisti, testando la loro grinta, determinazione e volontà.
Niente di nuovo per quanto riguarda la descrizione del mondo dei mostri, con il ribaltamento delle leggi estetiche che fanno del ribrezzo e del disgusto gli elementi di attrattiva, mantenendo però
come metro di valore nella gerarchia del mondo tardo adolescenziale la prestanza fisica, il successo nell’impiego e l’abilità di spaventare, più o meno gli stessi criteri che circolano nel mondo al di là delle porte della fabbrica di spavento di Mostropoli (il nostro mondo, per intenderci). In definitiva siamo leggermente sotto al suo predecessore per quanto riguarda la compattezza strutturale e il livello di profondità, ma si tratta comunque di un buonissimo film che riserva al finale il suo lato più profondo e tenero, nonostante entrambi siano però latenti nel corso di tutta la pellicola. Il divertimento è assicurato per i più piccoli, i richiami ed i riferimenti a Monsters and Co. sono molteplici e doverosi e forse più alla portata dei grandi. Il raccordo tra le due pellicole è riuscito, soprattutto per quanto riguarda l’evoluzione dei personaggi e della loro storia, i loro cambiamenti danno così originalità al film diventando anche efficaci elementi comici ed arrivando addirittura talvolta a suscitare grande sorpresa. Stupisce proprio per come il film sa mostrare che le cose spesso vanno in maniera totalmente inaspettata rispetto a come il personaggio (o lo spettatore) se le era immaginate, ed anche questo è indubbiamente un elemento di grande realismo, tipico di un’idea di cartone animato ormai adulta. Un film degno della ditta Disney e Pixar che va ad accostarsi ad una lunga sfilza di altri grandi film da lei prodotti, ancor più apprezzabile se si tiene conto che si tratta del secondo capitolo in ordine di realizzazione e quindi ben più difficoltoso da ideare, poiché vincolato (in questo caso in particolare) ad un capostipite decisamente importante e riuscito.

Voto 8-


G.P.

lunedì 19 agosto 2013

La Notte del Giudizio - Recensione



Regia James DeMonaco

Attori Ethan Hawke, Lena Headley, Adelaide Kane, Rhys Wakefield

Trama

Stati uniti, 2022. Il governo americano ha varato una legge drastica per contenere la criminalità: una notte all’anno è legale compiere qualsiasi tipo di reato. In questo modo, concentrando i tutti crimini in dodici ore, paradossalmente l’America ha raggiunto la prosperità. La famiglia Sandin, composta dal padre James, venditore di impianti di sicurezza, madre Mary e i due figli Zoey e Charlie, si sta preparando alla notte dello “sfogo” barricandosi in casa, ma quando il figlio apre le porte ad un barbone che sta fuggendo da una banda di teppisti, questi ultimi intimano alla famiglia di consegnare loro il fuggitivo. Ha inizio così una notte spaventosa per la famiglia benestante, che sarà combattuta tra il consegnare l’uomo e proteggerlo, preparandosi così a difendersi dagli attacchi degli intrusi.

Recensione

La premessa di questo film apre sicuramente un infinità di domande che animerebbero dibattiti infiniti, come si nota in sottofondo in alcuni stralci del film. Ma il film in questione è un thriller claustrofobico che sfocia in horror non appena compare il gruppo di ragazzi, probabilmente dell’alta borghesia cittadina, che improvvisa in maschera un’allegra carica alla famiglia Sandin. Ricorda Arancia Meccanica per l’uso delle maschere e il fare scanzonato ed infantile (perlomeno nel linguaggio) e lo ricorda ancora di più quando il capobanda si toglie la maschera: una sorta di Alexander De Large che riesce a risultare incredibilmente più inquietante, indemoniato e disturbante dei suoi compari mascherati. Perché in fondo è qua che risiede l’escamotage narrativo che accende la miccia della tensione: la violenza è liberata come un fiume privo dalla propria diga, che si solleva non lasciando scampo. La distorsione delle leggi dell’uomo si traduce in un’efferatezza legalizzata, tanto spaventosa nell’esecuzione quanto innocente e legittima nell’ottica finalistica dello stato (e di conseguenza anche agli occhi della gente, che aderisce allo “sfogo” anche per paura di ritorsioni): raggiunge un livello di atrocità senza pari la frase pronunciata dal capobanda: “Ci lasci entrare a prenderlo, è un nostro diritto!”. Ad acuire tale ferocia ci sono gli atteggiamenti infantili che assumono i componenti del gruppo, rivelando così una sorta di istinto innato alla violenza, che fa regredire chi la compie a bambino privo di qualsivoglia nozione etica, che agisce quindi per istinto. La suspanse viene creata utilizzando gli elementi classici del genere come la luce che viene tolta, e il senso di claustrofobia viene aumentato dall’impossibilità di fuga e dall’obbligo di affrontare gli intrusi. Questa tecnica, abusata in questo genere di film, colpisce nel segno poiché la tensione è palpabile e le atmosfere serrate trasformando ben presto questo thriller in un horror terrificante. Il tappo che salta tramutando l’altro, anche più prossimo, in un bersaglio o in un assassino, porta con sé una componente di irreversibilità che rivela l’espediente dello “sfogo” in tutta la sua insensatezza e schizofrenia. L’unico della famiglia che si oppone, per quanto gli sia possibile, è il figlio minore, che fa entrare il reietto in casa. Messi a contatto con l’atrocità concreta che questa legge comporta, anche il resto della famiglia però si renderà conto dell’effettiva assurdità di tale pratica, e solo allora saprà schierarsi apertamente, preparandosi così all’incursione nella villa da parte della banda. Il finale spettrale ed agghiacciante sembra testimoniare l’incompatibilità di una legge tanto assurda con l’indole umana, nonostante sia proprio quest’ultima ad averne fatto sentire la necessità, ed è proprio questa dicotomia che rende la questione tanto assurda quanto controversa. Il silenzio che pervade questa scena tratteggia un finale lugubre che ha nel sorgere di un nuovo giorno la manifestazione di un inquietudine strisciante che non si placa, facendo così da contraltare e da eco, con la sua freddezza glaciale, a tutta la violenza vista durante il film.
Alcuni elementi che si concludono in maniera frettolosa, come la vicenda del fidanzato della figlia per dirne uno, non rovinano però un film che risulta compatto e che ha nella breve durata (80 minuti circa) un punto di forza, poiché la concentrazione della violenza in così poco tempo, ed il suo improvviso scomparire, rendono più solido il film e più incisivo il discorso. Un espediente che avrebbe potuto far alzare ulteriormente la tensione avrebbe potuto essere la presenza di un timer, in un angolo dello schermo, così da permettere allo spettatore di poter sapere dopo quanto “la partita si sarebbe conclusa”. Nel complesso si tratta di un film che spaventa e che sa porre domande profonde, provocando lo spettatore e lasciandolo, alla fine della proiezione, con qualche quesito in più in testa.

Voto 7


G.P.

sabato 10 agosto 2013

Uomini di Parola - Recensione



Trama

Dopo essere uscito di galera, Val (Pacino) viene accolto da Doc (Walken), un vecchio amico e “collega”. I due cominciano a ricordare gli anni passati, trascorrendo una serata che ha come scopo quello di far tornare Val alla vita vissuta, fatta di bar bevute e donne. Ma Doc ha il compito di uccidere Val, incarico assegnatogli da un boss della zona, desideroso di uccidere Val poiché quest’ultimo sarebbe stato la causa della morte del figlio. Così, rivelato a Val lo scopo del loro incontro, i due rintracciano Hirsch (Arkin), una mago della guida, e lo ritrovano all’ospizio dove vive da qualche tempo e, tra un furto d’auto ed una notte trascorsa in dolce compagnia, i tre decidono di architettare la fuga.

Recensione

“Cos’hai intenzione di fare?" - "Finire il liceo”. Una frase del genere pronunciata da tre ex malviventi al tramonto delle loro esistenze, potrebbe essere la sintesi di quello che questo film avrebbe potuto essere: disincanto e malinconia misti ad ironia e senso del comico. Il film parte da uno spunto molto promettente, allacciandosi al filone nostalgico della serie “quando eravamo giovani”, ma purtroppo sembra rimanere sempre in bilico, non concedendo quasi nulla alla malinconia e lasciando poco spazio alla comicità. Infatti quest’ultima è espressa stancamente da qualche situazione comica, come l’erezione infinita di Al Pacino, o le droghe che negli anni sono state sostituite dai farmaci, intervallate da qualche boccata di ossigeno, presa direttamente dalla bombola. Di ben altro spessore avrebbe potuto essere l’approccio alla situazione “vecchiaia”, che avrebbe dovuto comprendere una riflessione più profonda sul tempo che passa. L’incombere della morte invece è più esplicito, espresso dall’impianto narrativo, che la vede aleggiare costantemente sulla testa di Val, per poi manifestarsi in maniera più concreta. Gli attori ricalcano fedelmente i rispettivi stili recitativi, non scadendo nell’abuso (come ha fatto De Niro per tutta la prima decade del 2000), evitando così di correre qualche rischio. Al Pacino rimane il solito istrione dalla camminata sbilenca, dal ciuffo intrattabile e dall’occhiata feroce e Walken (l’indimenticabile Nick de “Il cacciatore”), mantiene i suoi sguardi lunghi e freddi per poi scongelarli, quando l’azione volge al termine, senza mai però scioglierli del tutto, Arkin invece, recita leggermente sotto tono, caratterizzando un personaggio lucido al volante, freddo nell’approccio, ma irrimediabilmente immalinconito dal tempo: insomma, sembra che sui tre premi Oscar si sia adagiata un po’ di polvere, ma si sanno far riconoscere e sanno ancora, a tratti, accendere la scintilla. Altro punto debole del film: il finale. Su tutto il film aleggia lo spettro della morte, ma un finale poco incisivo rimanda tutto ad un “chissà “ (e qui mi fermo…). Il trailer poteva riportare alla mente i film di Clint Eastwood, con le loro luci morbide e sfumate e con l’incombere persistente del passato sul presente e il bisogno di una redenzione tardiva e forse impossibile, al quale tra l’altro sembra far riferimento in alcune situazioni (l’acquisto dell’abito al termine del film richiama il medesimo gesto di Walt Kowalsky in Gran Torino): invece qui l’attesa viene delusa a causa di un prodotto che non ha la profondità adeguata, risultando, tutto sommato, una discreta commediola mista ad un po’ di azione sgangherata, che si limita quindi ad essere un racconto qua e là divertente, senza mai però affondare il colpo, evitando sempre di prendersi seriamente. Non ha però soltanto lati negativi: è un film che a tratti sa divertire, che regala momenti piacevoli, e divagazioni impreviste (anche se non sempre azzeccate: come l’episodio della ragazza trovata nel bagagliaio), gag e battute indovinate (la confessione in chiesa, per dirne una) e momenti di reale commozione. Un film che si può vedere tranquillamente, senza la necessità di una concentrazione eccessiva, che ha nella leggerezza (un po’ casuale e forse non del tutto voluta), l’elemento che lo rende fruibile e divertente, ma che al termine della proiezione lascia l’impressione che avrebbe comunque potuto trattarsi di qualcosa di più.

Voto 6-

G.P.