domenica 7 luglio 2013

After Earth - Recensione



Trama

In un mondo devastato da terremoti e sciagure di ogni tipo il genere umano è stato costretto a spostarsi su Nova Prime. Cypher Raige (Will Smith) è il comandante decorato a bordo di una navicella mandata in perlustrazione nello spazio assieme a suo figlio Kitai (Jaden Smith), cadetto rimandato della scuola militare. Deciso a seguire le orme del padre, Kitai, spinto dalla madre, viene imbarcato a bordo della navicella col padre, ma quando una pioggia di meteoriti colpisce l’astronave gli unici due superstiti sono proprio padre e figlio. Atterrano fortunosamente su un pianeta apparentemente selvaggio: la Terra. Qui ogni cosa si è evoluta per proteggersi dall’uomo. Purtroppo per salvarsi i due dovranno recuperare un marchingegno rimasto sulla parte posteriore della navicella, che si è spezzata in due parti che si trovano a circa 100 km di distanza. Immobilizzato da una frattura alla gamba Cypher ordina al figlio di andare a raggiungere l’altra parte della navetta spaziale, con l’aiuto di una tecnologia avanzata che permetterà ai due di rimanere sempre in contatto. Ma nonostante i suggerimenti del padre Kitai sarà solo in questa avventura, in cui un suo eventuale fallimento comporterebbe la sua morte e quella di suo padre.

Recensione

La trama può scoraggiare gli spettatori non appassionati di fantascienza, ma il film in questione non è soltanto un film di genere. Come capita in questi anni i generi si mescolano, ed una storia visivamente fantascientifica, si rivela essere in realtà una sorta di romanzo di formazione. La struttura del film ricorda molto di più invece un thriller, per la precisione il thriller di Alfred Hitchcock la finestra sul cortile. Lo stato di immobilità del padre, unito alla tecnologia a sua disposizione, fanno si che questo film assomigli per progressione narrativa e momenti di tensione al capolavoro del maestro del brivido. Lo spettatore è quindi l’occhio del padre che pedina le azioni del figlio. Contrariamente alla finestra sul cortile, però questo espediente risulta presente di più nella prima parte, mentre nella seconda l’inattività del padre è più uno stratagemma per innalzare il pathos, ma diventa un’occasione per far maturare la sua fiducia nei confronti del figlio. L’occhio del padre nella sua più totale parzialità infatti tradisce quasi subito la pretesa di controllo totale di cui sembra volersi fare portatore, trasformando quindi il film in una parabola sul distacco e sulla crescita del figlio e sulla possibilità di un’eventuale successione al padre in un futuro prossimo. Il film è anche attraversato da sporadici momenti di suspance misti a horror (il sogno in cui il protagonista immagina la sorella morta) che sono il marchio di fabbrica del regista, m. night shiamalan, che non è nuovo a momenti di tensione altissimi, disseminati qua e là all’interno dei suoi lungometraggi. Il senso di desolazione che dà la storia e l’ambientazione sono resi bene dai colori, smorti e lugubri. L’odissea del ragazzo è tormentata e travagliata, ma ricca di insidie che daranno vita alla maturazione di quest’ultimo. È anche un film sulla paura e sulla sua effettiva valenza: esiste davvero o è un nostra invenzione, propensione o campanello d’allarme per proteggerci dal circostante? Ovviamente essendo un film che può definirsi di formazione, lo sviluppo e la maturazione del figlio non mancheranno, e ad essi si accosterà una maggior fiducia da parte del padre, che migliorerà il rapporto tra i due: quindi su questo fronte niente di originale, niente che possa sovvertire i canoni del genere, ma semplicemente li rispetta con molto rigore, accogliendo però lo stile particolare e riconoscibile (solo a sprazzi però, in questo film) del suo regista. Gli scenari sono preistorici e il cielo è spesso cupo, e se sereno non è di certo rassicurante. L’abbondante uso degli effetti speciali non oscura il film come capita spesso in questo genere di pellicole, ma si accosta alla storia, diventando funzionale ad essa. In definitiva un film non originalissimo (può ricordare Il pianeta delle scimmie ed Apocalypto per struttura ed
ambientazione), ma che si fa vedere in maniera abbastanza scorrevole senza picchi né troppo alti ne troppo bassi di spettacolarità o di noia: un film modesto, ma godibile.

Voto 5/6

G.P.

lunedì 3 giugno 2013

La Grande Bellezza - Recensione



Trama

Jep Gambardella (Toni Servillo) è uno scrittore di 65 anni, che si occupa di articoli mondani e che trascorre la sua vita passando da una festa all'altra. Si era trasferito a Roma all'età di 26 anni, e giunto nella capitale comincia a frequentare feste e party. Un tempo aveva ambizioni da scrittore, infatti in gioventù scrisse L’Apparato Umano, libro che riscosse un discreto successo. Oggi invece si lascia prendere dall'incanto che Roma gli offre e si abbandona allo squallore a cui una vita senza scopo può condurre. Ha un amico, Romano (Carlo Verdone) che lo asseconda in tutto e che nonostante la differenza di cultura e di intelligenza che li separa, lo ammira e lo stima sinceramente. Durante le sue notti incontra intellettuali, che ospita sulla sua terrazza, e incontra anche Ramona (Sabrina Ferilli) la figlia di un suo lontano conoscente, alla quale sembra affezionarsi. Nel frattempo riceve anche la notizia della morte di sua ex fidanzata, lasciata quando erano ancora giovani. Continua così la sua esistenza cercando di resistere alla desolazione che lo opprime.

Recensione

È stato fin da subito paragonato alla Dolce Vita di Fellini per il soggetto, molto simile, e per il protagonista e la sua funzione di tramite tra pubblico e ambientazione, senza contare alcuni richiami espliciti.
Il mondo descritto è un mondo che non progredisce, intento com'è a specchiarsi: tutti si specchiano nella speranza di conservarsi, cercando invano di riprodurre ciò che è stato le sera prima e la sera prima ancora. Un mondo chiuso che è in cerca della sua coda e che, dopo averla addentata, la consuma con la foga di chi vuole ostinatamente bastare a se stesso; un trenino festante e ubriaco che parte spontaneamente per poi deragliare poco più in là. La festa diventa quindi un momento di isolamento collettivo, in cui se si raggiunge la consapevolezza di questa situazione e non si ha la forza di superarla e quindi, si diventa consci della propria imbalsamatura, arrendendosi ad una vita che non può che essere sempre simile a se stessa. La Roma descritta è una statua di marmo, levigata e bianca, imperturbabile, immutabile: cadaverica. E l’eternità che richiama con la sua presenza possente e solenne è la stessa alla quale mirano i personaggi annichiliti che popolano queste feste che hanno luogo negli attici situati nella zona ricca della città, dove la noia si lascia sentire meglio che in altri luoghi. Il richiamo al sacro è evidente e si mescola al profano, in una comunione di ritualità non poi così distanti, che hanno come radice la volontà di conservarsi.
La commozione del protagonista emerge però inaspettata, facendo capolino dalle crepe di un’emotività atrofizzata, e andandosi a chiamare, ripescandosi sotto forma di ricordo giovanile, sepolto da anni da luci e bicchieri lasciati alla pazienza di chi poi, di mattino, dovrà ripulire. La scena del ragazzo che si fotografa quotidianamente (continuando l’abitudine del padre che lo fotografava ogni giorno, fin dal giorno della sua nascita), per esempio, lo commuove: forse perché accostando il suo mondo, basato su un’apparenza frivola, al mondo del ragazzo, che nell'apparenza vede la volontà di un’auto scoperta e che rivendica lo specchiarsi come un meccanismo per cogliere la propria evoluzione e non per registrare la tanto superficiale rincorsa alla giovinezza (mai) ritrovata, riscopre le radici di una sensibilità che gli è propria, mai del tutto sommersa, che da anni non riusciva a cogliere in maniera così nitida.
Il film, pur non avendo una trama vera e propria, regge bene, riempiendo le due ore abbondanti che lo compongono. La solitudine dell’uomo è ben rappresentata e magistralmente incarnata da Toni Servillo. La natura dei suoi rapporti sociali è descritta in tutta la sua sterilità e il suo disincanto è colto ed analizzato a partire dalla sua radice più profonda: tutto ciò fa sì che il film si imbatta in temi universali senza perdere mai le redini, quasi come se la pellicola fosse la fenomenologia di una vita mancata, ma che si ritrova proprio nella consapevolezza di esserlo, pur non trovando, comunque, un suo compimento a causa di una volontà pigra, che lo relega ad una dimensione contemplativa, troppo povera quindi per essere completa.
Lo stile del film è tutt'altro che classico: lavora molto su traiettorie di camera elaborate, angolature particolari e un montaggio che nelle parti, per così dire, festaiole appare rapido e serrato, a riprodurre un’atmosfera forsennata. Si fa più morbido, invece nelle scene contemplative o in quelle dedicate al ricordo.
Lo stile di Sorrentino risente sempre del suo tocco grottesco, che però, se ben bilanciato, finisce con l’essere un elemento non solo decorativo, ma connotativo della storia e dei personaggi. A volte sembra voler eccedere e il grottesco sconfina nel ridicolo (per esempio la scena della Ferilli che nuota in piscina con la ciambella) in altre invece riesce ad essere incisivo e dissacrante con una freddezza incredibile, centrando il bersaglio con la maestria dell’arciere consumato (la scena del ritocco estetico, per dirne una).
I personaggi descritti sono pezzetti di un collage che si incastrano alla perfezione, e quelli più prossimi al protagonista, che gli gravitano attorno in qualità di amici o confidenti, sono di fatto gli uditori e i testimoni del disfacimento di Jep e sono ben caratterizzati (soprattutto Romano, interpretato da Verdone, in un ruolo inedito), bravi nel non eccedere e nell'assecondare la stanchezza che il protagonista porta con sé. Infine Servillo è camaleontico nell'assumere toni e espressioni che il suo stesso personaggio indossa come un indumento per mimetizzarsi dentro la fauna che ogni sera si accinge a frequentare. È magistrale quindi nel conferire al personaggio quel senso di vacuità e al contempo quella debordante sensibilità, che con l’andare degli anni è diventata un cadavere fatto di aspirazioni e di rimpianti, che potranno riprendere vita solo con l’abbandono a quello stupore davanti al quale Jep sembra volersi arrendere, in alcuni toccanti stralci del film.
Da notare l’ultima inquadratura, chiaro riferimento alla Dolce vita, ma decisamente differente nella durata e nel messaggio.
Un grande film che sa descrivere “gli sparuti e incostanti sprazzi di bellezza” e “lo squallore disgraziato” che “è l’uomo miserabile”. Un film che non si fa manifesto solo di un’epoca in disfacimento come la nostra, ma che attraverso l’analisi dell’uomo moderno scava a fondo raccordandosi con la sua essenza più desolata e desolante, avvicinandosi a quella che è la comprensione dell’uomo in sé e accostando l’orecchio a quella che è la sua anima o a ciò che ne rimane.

Voto 9

G.P.

sabato 25 maggio 2013

Il Grande Gatsby - Recensione



Trama

Un aspirante scrittore, Nick Carraway (Tobey Maguire), abbandonata l’idea di scrivere, si trasferisce a New York per cercare fortuna come agente finanziario. Nella grande città è subito accolto dalla cugina Daisy (Carey Mulligan), che vive in una grande casa col marito Tom (Joel Edgerton), un ex atleta, ricco sfondato, che passa le sue giornate annoiato con la bella moglie. Prende una piccola casa a Long Island proprio vicino alla residenza di un certo Gatsby (Leonardo DiCaprio). Il nome di questo ricco uomo si insinua subito nella mente del ragazzo, il quale è sempre più incuriosito a proposito dell’identità di quest’ultimo. Un giorno riceve un invito, per andare a partecipare ad una delle feste che nel fine settimana organizza, dove scopre che lui è l’unico al quale è stato recapitato un invito. A queste feste partecipa tutta la New York che conta, dai politici, agli attori, ai gangster. Una sera, ad una delle sue sfarzose feste, Jay Gatsby si presenta a Nick, che sembra essere molto affascinato dal modo di fare dell’uomo e la sua curiosità a riguardo non è ancora stata tolta, fino a quando un’amica gli rivela di aver capito tutto, poco prima di scomparire a bordo di una decappottabile di lusso…

Recensione

Il film è sostanzialmente un vulcano di luci abbaglianti, colori, suoni e rumori, che non prendono forma, non si compattano, sembrano essere semplici macchie con contorni ben marcati, destinate a non comunicare niente. La festa, raccontata solo con l’aiuto di una buona fotografia e di una sfarzosa scenografia, non può bastare per dire qualcosa.
La prima parte del film è incentrata attorno al mistero su chi sia questo Gatsby, “Esiste...” -addirittura qualcuno si chiede  - “...oppure no?”. “E se non esiste, che senso ha tutto questo?”. Gatsby prende le forme e il volto di Di Caprio, che di nuovo si trova a suo agio con una recitazione che oscilla tra il misurato e l’esplosivo, rimanendo sempre attinente al personaggio che si è cucito addosso: insomma, un’altra buonissima performance.
Alcuni buoni momenti, come l’incontro con Daisy, il momento migliore del film, che esprime nel migliore dei modi i tumulti emotivi di due persone innamorate, ma incerte l’uno dell’altra, cogliendo a fondo quanto la titubanza e la paura di non essere ricambiati possa essere terribile come esperienza di vita vissuta, ma comica nella sua spontaneità, se vista dall’esterno. Il film si impenna per un attimo per poi ricadere ad un livello che, un inizio sfavillante nei colori e povero di sostanza, aveva fatto presagire.
Alcuni momenti visivamente disneyani fanno da cornice ad una povertà di contenuti notevole, come l’arrivo del protagonista a casa della cugina Daisy e del marito spaccone, che si presenta come una scena celestiale che richiama ad un sentore quasi magico, ma che risulta essere alla fine solamente un pomposo e zuccheroso richiamo al fiabesco. Alcune accelerazioni dello zoom, all’inizio, volte a mostrare la storia dall’esterno per poi avvicinarsi, incuriosendo lo spettatore, sono forzate e alcune riprese dall’alto della città dimostrano una megalomania stilistica che risulta un po’fastidiosa. I colori forti spesso colgono nel segno come nella scena del festino in casa dell’amante del marito, ma alla lunga sconfinano i margini dell’estetica, diventando pesanti e furbescamente riempitivi.
La storia diventa melodramma e sfocia in dramma sul finale, quasi per caso. Questo fa pendere il peso del film verso la conclusione, rendendo così la prima parte leggera e la seconda eccessiva, quasi che il film volesse recuperare, con uno sprint finale, calcando però troppo la mano, così da guastare l’equilibrio e trasformando così la pellicola in qualcosa di poco omogeneo.
La limpidezza di un personaggio oscuro e la frivolezza di una società che si mostrava sicura, questo è il contrasto che anima il film. Un personaggio che clona una battuta (vecchio mio) da un anziano amico scomparso che lo aveva aiutato (supplendo l’assenza della famiglia), che ne ricalca le orme diventandone forse il naturale successore, in contrasto con una società di cui Gatsby stesso è artefice, ma che si limita ad osservare dal balcone, con cauto distacco, senza giudizi, e per di più spinto al compimento di tale creazione da uno scopo più nobile di quanto la messinscena stessa
suggerirebbe. Non un edonista quindi, ma un uomo che sfrutta l’edonismo (altrui) per conseguire un obbiettivo che potrebbe essere definito, senza eccessi melensi, puro.
Le citazioni tratte dal libro, incastrate in maniera attenta e raccontate dalla voce narrante, servono per dare profondità al film. In definitiva una pellicola che fa dell’estetica visiva la sua parte forte, ma che pretende che basti appoggiare quest’ultima addosso alle spalle solide di un romanzo che ha fatto epoca, per trarne un prodotto buono, ma purtroppo così non è.

Voto 5

G.P.

venerdì 10 maggio 2013

Ironman 3 - Recensione



Trama

Tony Strak sta progettando nuovi Ironman e passa intere giornate a brevettare nuovi congegni per migliorare il potenziale della sua creatura. Trascura la sua compagna Pepper, che però, sapendo con chi si è fidanzata, cerca di non fargli pesare più di tanto queste sue mancanze. Dal passato di Tony fa il suo ritorno un personaggio inquietante, un uomo che era stato trascurato più di dieci anni prima dal magnate e che, dopo essersi ripreso dallo smacco subito, si fa vivo contattando Pepper per proporle una poco chiara transazione d’affari. Al contempo si sono verificati degli attacchi terroristici che potrebbero centrare con questa inquietante presenza, ma che vengono imputati al Mandarino, un terrorista mediorientale che fomenta l’odio contro l’America, definendosi non un uomo di distruzione e di terrore, ma un maestro pronto ad impartire una lezione severa a tutto l’occidente. Ironman è quindi ancora una volta chiamato in causa per disinnescare il pericolo imminente e salvare tutti coloro che sono in pericolo, con l’onere stavolta, di dover far quadrare i suoi “impegni di lavoro” con il conseguimento di una stabilità di relazione con la balla compagna.

Recensione


Il super eroe in questione non è la solita sintesi di tutte le buone qualità umane, non è uno spot pubblicitario, non è immune da tristezza e ossessioni, non è nulla di tutto questo. È, come visto anche nei precedenti episodi, un uomo vittima di un ego spaventoso e di tutti i conseguenti deliri che una megalomania tanto ingombrante può comportare. Qui, in questo terzo film, il suo personaggio diventa ancor più complesso, arrivando a manifestare questo suo senso di inadeguatezza attraverso attacchi di panico sempre più frequenti, rivelatori di un disagio forte, quasi come se non vedesse l’ora di scrollarsi di dosso l’aura di supereroe e l’onere che esso comporta, lasciando posto alla persona piuttosto che al personaggio, al volto piuttosto che alla maschera. Emblematica in tal senso è la scena in cui Tony è costretto a trascinare la sua corazza attraverso un sentiero innevato, nel bel mezzo di una tormenta. Questa è l’immagine simbolo del film: un uomo che vive come un peso il proprio alterego, ma dal quale, alla fine, riuscirà a separarsi. L’introspezione del personaggio è quindi uno degli aspetti nuovi o comunque più marcati, poco presenti e che raramente compaiono nei film per ragazzi di questo genere. Era già accaduto col primo Ironman e, un po’ meno col secondo, e si era visto con la trilogia di Batman di Nolan (ma quello è senza dubbio il supereroe che è stato trattato in maniera più adulta e che ha saputo nobilitare il filone, superandolo). Comunque il film in questione sa offrire momenti di ironia godibilissimi, tutti veicolati dalla compiaciuta guasconeria da Robert Downey Jr., che per certi aspetti ricorda i grandi comici di razza, che sapevano far ridere con l’immobilità del proprio volto, come per esempio Hugh Laurie (dr. House) e Bill Murray. La vicenda in questo caso offre spunti che sono molto attuali, come il tema della manipolazione delle masse e l’uso fondamentale dei media a tale scopo e, anzi, si potrebbe addirittura affermare che si tratti di una riflessione sul ruolo dell’immagine e su come questa possa colpire e distorcere a tal punto lo sguardo dello spettatore, fino a portarlo dalla propria parte. Il tema della vendetta, molto gettonato all’interno di questo genere cinematografico, è qui affrontato in modo standard, con il cattivo di turno che in parte è stato reso tale dal buono, che, a quanto pare, totalmente buono non è. Ciò potrebbe essere traslato all’interno di una parabola che vede il protagonista come creatore dei propri mostri e quindi anche come il più indicato alla loro eliminazione. Per la prima volta vediamo Tony Stark, magnate
dell’industria e potente uomo d’affari, alle prese con un tentativo di rapporto stabile con la bella compagna Pepper (Gwyneth Paltrow), e forse proprio questo si rivelerà essere la vera sfida per l’uomo che abita dentro la sua corazza. Insomma un vero dilemma per un protagonista, che dovrà fare i conti, da una parte, con l’ingombro della maschera da eroe e, dall’altra, con la vulnerabilità che l’assenza di quest’ultima comporterebbe. Inutile citare l’utilizzo abbondante di effetti speciali, che però quasi mai diventano invadenti, trasformandosi così in un maldestro stratagemma (specialmente per questo genere di film) di riempire vuoti di idee e di sceneggiatura: sono infatti limitati, seppur sofisticati e all’avanguardia, all’esaurimento del loro compito prioritario, cioè quello decorativo e, se vogliamo, emozionale. In definitiva si tratta quindi di un prodotto (di poco) sopra la media, all’interno del filone tratto dai Comics: che riesca, giunto al terzo episodio, ad essere superiore ad altre pellicole dello stesso genere (che magari rappresentano il tassello d’esordio di nuove saghe tratte dai fumetti) rappresenta sicuramente un punto a suo favore: il film conclusivo (forse) di una trilogia che ha, nel primo capitolo, sicuramente la sua parte migliore, ma che ha in questo film una degna chiusura.

Voto 6,5

G.P.

domenica 21 aprile 2013

Come un Tuono - Recensione




Trama

Luke è uno stuntman, un ragazzo che si guadagna da vivere facendo la punta di diamante in uno show di periferia: è un mago della moto ed il suo numero consiste nel fare il giro della morte in una gabbia di ferro a forma di sfera. Un giorno incontra Romina, una sua vecchia fiamma che non vedeva da tempo, da circa un anno, dall’ultima volta che era stato in città. Scopre che il figlio neonato della ragazza è suo e quindi, davanti al peso della responsabilità, decide di piantare il lavoro, per essere vicino al figlio, stabilendosi nei paraggi della sua ex. Ha bisogno di un lavoro e lo trova presso un meccanico, un uomo che un tempo aveva fatto qualche rapina in banca. Il meccanico gli propone quindi di rimettere in piedi la vecchia attività, viste le abilità di motociclista del suo nuovo collaboratore. Cominciano così a fare qualche rapina e tutto sembra andare bene, fino a quando, dopo una lite Luke decide di farne una per conto suo, ma gli va male: incontra Avery, un giovane poliziotto che lo ferma. Inizia così la storia di Avery che diventa un eroe per avere impedito a Luke di compiere la rapina. Dei colleghi corrotti cominciano ad avvicinarlo con l’intento di coinvolgerlo nei loro traffici. La storia si interrompe e riprende 15 anni dopo, con il figlio di Avery, AJ (ragazzo spavaldo ed amante della bella vita) che fa amicizia con Jason, il figlio di Luke (ragazzo introverso che fatica a legare). I due diventano amici, ma presto le cose si complicano e nella faccenda viene coinvolto anche Avery.

Recensione

Il film appare nettamente diviso in tre blocchi, apparentemente sconnessi, che però si intrecciano superati i due terzi del film. 
Ecco, l’elemento di particolarità del film è proprio questo: una sceneggiatura che unifica due elementi, che per più di metà film sono stati separati, in un epilogo risolutivo che dà senso parzialmente ad una struttura che sembrava essere poco solida. Il problema del film è legato al suo pregio strutturale: la comparsa quasi casuale dei protagonisti dà loro un’aura di incolpevole inconsapevolezza incastrandosi bene con l’atmosfera fatalista del film, ma al contempo penalizza una chiara comprensione del bisogno dei protagonisti e questo fa provare allo spettatore (o per lo meno al sottoscritto) un senso di smarrimento che viene in parte riscattato dalla terza parte, in cui quasi tutto sembra conciliarsi.
Lo stile appare invece l’elemento migliore del film: i toni, i dialoghi, il senso di desolazione del film, i destini dei protagonisti ecc., richiamano con accenti ben marcati, ai neonoir che negli ultimi anni hanno fatto il loro ingresso nei cinema, uscendo spesso con il consenso della critica e del pubblico (Mystic River su tutti, con l’immagine della macchina, il tema del ritorno al passato e dell’impossibilità di scostarsi da quello che il caso o il destino hanno scelto). L’atmosfera da periferia urbana, attraversata da persone che tirano a campare camminando in bilico sulla fune che divide il lecito dall’illecito, ben si abbina al senso di desolata rassegnazione che anima delle vite opache e terribilmente modeste dei personaggi del film. Personaggi sbandati per i quali una rapina in banca può risolvere i problemi, almeno per un po’, tramutandosi in una soluzione comoda e temporanea, per poi diventare in definitiva l’unica possibilità concretamente accessibile per riscattare una vita intera. Esistenze accomunate da una rabbia che legittima anche il crimine e la violenza, spianando la strada dell’illegalità al giovane reietto che sogna di ricompattare una famiglia mai nata e al poliziotto ad inizio carriera che si trova coinvolto in brutti giri quasi senza accorgersene: entrambi hanno quindi nell’ingenuità forse la colpa più grossa. Una speranza che si accende ad intermittenza,quindi, quella di tutti i personaggi: anche il poliziotto, eroe per caso che sogna una carriera che otterrà, dovrà pagare però il prezzo di dover mantenere un figlio scapestrato ed incorreggibile, invischiato in una costante e forsennata rincorsa al godimento immediato e alla facile esaltazione del momento. Tutto in questo film offre un lato in penombra, portatore ed al contempo simbolo di un contraltare inevitabile, che ha in una desolazione rassegnata il prodotto di un' esistenza perennemente a picco su un burrone di squallore. Una lieve speranza sembra accendersi per il figlio di Luke, quando riuscirà a comperarsi una moto con la quale andrà via: ma forse si tratta solo di un ritorno a quella che fu l’attività di stuntman del padre, quasi come se la velata speranza qui descritta non fosse altro che un oscuro presagio (offerto a beneficio dello spettatore) che incombe sulla testa del ragazzo, il quale appare quindi condannato a ripercorrere le orme del padre, in una sorta di eterno ritorno che impedisce il cambiamento, senza però spegnere mai la fiammella della speranza, così da rendere il finale tanto poetico quanto beffardo.

Voto 7

G.P.

lunedì 1 aprile 2013

Il Lato Positivo - Recensione




Trama 


Pat (Bradley Cooper) è un ragazzo affetto da un disturbo bipolare: ha sbalzi d’umore che lo portano ad essere incredibilmente aggressivo. Dopo essere stato dimesso dall’ospedale psichiatrico in cui è stato ricoverato per otto mesi, Pat si trova a dover ricostruire la sua vita: è senza un lavoro, una casa (verrà accolto dai genitori – un Robert De Niro che dopo circa 15 anni di sforzi per assomigliare al mito che fu, ritorna a vestire finalmente i panni del grande attore – Jacki Weaver) e soprattutto senza Nikkila moglie, che lo ha lasciato richiedendo un ordine restrittivo nei suoi confronti. La molla che lo spinge ad alzarsi dal letto la mattina e ad essere ottimista è la possibilità, seppur remota, di riconquistare la moglie. Durante una cena dall'amico Ronnie, Pat incontra Tiffany (Jennifer Lawrence, premio Oscar per questa interpretazione), una giovane vedova affetta da una forma di depressione, che sembra subito molto interessata a lui. Instaureranno così un rapporto che sarà scandito daritmo balordo dei loro sbalzi umorali, ma che li farà avvicinare lentamente fino a fare intravedere loro il miraggio di una serenità insperata. 

Recensione

Il fatto che il film sia un bellissimo dramedy dimostra come si possa girare una pellicola che riesca ad essere coerente e compatta pur non appartenendo ad un unico genere, ma trascendendone due per raggiungere una sintesi che li valorizzi entrambi. Il film offre momenti esilaranti e momenti toccanti, inserendo delle note di humor vivace che bilancia le scene più drammatiche, reinserendole all'interno di un contesto che non sfocia mai nel melodrammadando però la possibilità di percepire la profonda amarezza che anima i personaggi e l’aura di sconforto che pervade certe sceneÈ quindi un film che sa conciliare due sguardi antitetici, unendoli in un riuscito cocktail agrodolce, che non prevede però il secco alternarsi di momenti allegri e momenti tristi, ma che sa mettere in scena, con il giusto dosaggio, elementi  opposti, condensandoli e dando così sfumature morbide e decise alla storia, senza così risultare né didascalico, né disorientante per lo spettatore. La follia dei due protagonisti è la molla narrativa del film, ma al contempo risulta anche essere la nota di colore adeguata per dare un’aura di strampalata spensieratezza e di stralunata vitalità al filmI due protagonisti si notano in maniera non convenzionale e i loro atteggiamenti contorti e sconclusionati lasciano il posto all'istinto che li avvicina l’uno verso l’altra (rappresentato dal ballo, che rispecchierà perfettamente l’umore lunatico dei due protagonisti, e dai relativi allenamenti che i due si trovano a sostenere insieme). I loro disturbi sono dapprima ostacolo, poi fattori di particolarità e distinzione ed infine elemento di comunione tra i due: come se Pat e Tiffany fossero due pezzi del puzzle difettosi, che alla lunga imparano a capire quali lati del loro carattere possono coincidere, e alla fine (com'era intuibile fin dall'inizio) si riescono ad incastrare perfettamente, come dimostra il bacio appassionato che chiude il film. 
La colonna sonora varia passando da canzoni melodiche e romantiche a canzoni arrabbiate ed esplosive, concedendo a delle timide note suonate al pianoforte, il compito di limare, dando loro profondità, le scene più toccanti. In generale la colonna sonora può essere sintetizzata dalla musica sulla quale i due protagonisti ballano nella scena clou del film: un alternarsi di due melodie dal tono diverso, che rispecchiano gli umori dei due protagonisti. Gli attori sono incredibilmente adatti ed eccentrici al punto giusto (non solo i matti), sono misurati anche nell'andare fuori misura, toccando degli eccessi che i loro personaggi non potrebbero non avere. I due protagonisti hanno un affiatamento visto raramente nei film recenti, un feeling che li rende del tutto complementari ed incredibilmente efficaci. La spontaneità dell’azione e della recitazione sono evidenti e danno credibilità ad un progetto costruito su basi solide, per quanto sia rischioso velare di ironia un tema così spinoso come quello della depressione. 
In definitiva si tratta di un buonissimo film,che riesce ad essere compatto, nonostante l’alternarsi di scene animate dal cavo elettrico della follia con momenti più distesi ed intimi. Riesce a rivolgere con onestà l’obbiettivo verso quel fascio di luce che può indicare, se non proprio la via giusta da percorrere nella vita, quantomeno il coraggio che necessita il conseguimento di una concreta e godibile serenità.

Voto: 8/9

G.P.

Introduzione molto bella con anche il disegno

Praticamente succede che c'è questo mio amico che vorrebbe fare le recensioni dei film e siccome non sa da dove cominciare gli dico :

    "Zio perché non ti apri un blog e ci metti le tue recensioni così poi la gente le legge e te le commenta e magari inizi a capire come muoverti e chissà che non ti faccia anche conoscere un po'..."

E lui mi guarda e capisco che non ha capito un cazzo e allora riformulo la frase :


    "Zio se mi scrivi qualche recensione al computer le metto in internet che così la gente le legge!"

E allora lui dice che si, che lo fa, che lo vuole fare. Cazzosì farà le recensioni dei film più belli e poi me le passerà e io che conosco i segreti dell'html le renderò disponibili al grande pubblico che, con malcelato visibilio si domanderà come avesse fatto tutto questo tempo ad andare a vedere un film (magari pagando anche) senza aver prima letto le ... 


Recensioni da Paura!