lunedì 16 settembre 2013

Il Mondo di Arthur Newman - Recensione


Regia Dante Ariola
Interpreti Coin Firth, Emily Blunt, Anne Heche

Trama

Wallace Avery è un uomo scontento della sua esistenza, sopraffatto dalla desolante routine della sua vita e non vede alcuna via di scampo. Decide quindi di darsi alla fuga, abbandonando la moglie e il figlio (avuto da un precedente matrimonio) e di diventare un’altra persona, assumendo il nome di Arthur Newman. Ben presto incontra una ragazza sbandata e un po’ punk di nome Mike, alla quale salva la vita; come lui anche la ragazza sta fuggendo da qualche cosa. Nonostante siano sconosciuti l’uno all’altra i due decidono di mettersi in viaggio e, spinti da una curiosità reciproca, imparano a conoscersi, fingendo di essere ciò che non sono. Cercano così di dimenticarsi le loro esperienze passate e di costruire un futuro accettabile per entrambi.

Recensione

Come lasciarsi dietro angosce, sofferenze, delusioni d’amore e lavorative, rapporti non compiuti e dubbi esistenziali? Si rinuncia alla propria identità, scivolando dentro quella di un altro, chiunque esso sia. Il protagonista di questo film è una sorta di moderno Mattia Pascal, che incontra però una giovane donna, complicata almeno quanto lui, che usa lo stesso stratagemma. Accomunati della stessa situazione, creano attorno a loro una sorta di isola deserta che li protegge, dando loro rifugio e riparo dalle loro vite un po’ sbilenche e insoddisfacenti. Su quest’isola sanno scoprirsi, ma ogni qualvolta si accorgono che la finzione è svanita, lasciandoli reali e visibili l’uno agli occhi dell’altra, si allontanano attendendo che le reciproche maschere si ripristinino. Oppure semplicemente le prendono in prestito, camuffandosi come le coppie che incontrano casualmente per strada, e arrivando persino a consumare il loro sentimento nelle case vuote di questi ultimi. La cosa si complica quando le loro vite passate si manifestano sotto forma di rimorso, di rimpianto e di senso di colpa, spingendoli reciprocamente verso i loro punti di partenza (e di reale appartenenza). Il film gode di una discreta forza soprattutto per merito della coppia di personaggi (e di attori) che, nonostante all’apparenza sembri poco credibile, trova proprio in questo male assortimento di costumi e di astrazione sociale, la spinta verso quell’autenticità che farà sentire i due fuggiaschi una vera coppia. Emergeranno le responsabilità e le priorità dei due protagonisti, e l’accettazione della propria incompiutezza diventerà uno stimolo verso la vita lasciata alle spalle e non più un freno che prelude alla fuga. Il film ha una buona fotografia, caratterizzata dalla presenza di inquadrature morbide, ad incorniciare momenti di tenerezza, e delle altre taglienti, a restituire il sentore di un’amarezza. Le scene più intime sono trattate con sentimento, profondità e tatto, ma è in alcuni momenti di distensione che il film stenta a coinvolgere, poiché sembra che non ci sia il coraggio o la forza di approfondire i silenzi della coppia, che vengono quindi filmati e mostrati in maniera talvolta convenzionale. Il film non si abbandona spesso all’ironia, forse per paura di allontanarsi dal suo approccio drammatico, ma con un tocco di humor in più la pellicola avrebbe potuto risultare più completa e profonda e i personaggi sarebbero stati più incisivi, e non si sarebbe peraltro corso il rischio di alterare la buona dose di triste rassegnazione che caratterizza il film. Un film che sa che corde toccare, ma le tocca con poca decisione, quasi come se avesse paura di strafare e di risultare pesante. Proprio per questo motivo invece si ha la sensazione che il film passi, scorrendo via con un fruscio la cui eco si sente per troppo poco tempo. Non un film che rimane a lungo impresso nella testa dello spettatore quindi, nonostante avesse tutte le carte in regola per poterlo essere, ma che comunque piace per l’originalità del tema trattato, per l’interpretazione misurata dei protagonisti e per gli scorci di paesaggi che vengono ritratti. L’inno alla fuga che Wallace/Arthur incarna è adolescenziale e vigliacco, ma anche epico e romantico e proprio per queste ragioni riguarda tutti,
poiché racconta la tensione mai risolta che incarna la domanda fondamentale su chi siamo e su chi vogliamo essere.

Voto 6/7

G.P.

domenica 8 settembre 2013

In Trance - Recensione


Regia Denny Boyle
Interpreti James McAvoy, Vincent Cassel, Rosario Dowson.

Trama

Simon è un truffatore appartenente ad una banda di malviventi. Cerca di rubare un quadro facendosi assumere in una casa d’aste, ma ben presto decide di raggirare i suoi complici e il suo capo Frank, sottraendo loro l’opera d’arte. Viene però tramortito da Frank ed in seguito a questo scontro perde la memoria. Dopo averlo torturato con l’intento di fargli rivelare dove ha nascosto il quadro, Frank decide di farlo incontrare con un’ipnoterapeuta, sperando così di poterlo scoprire.

Recensione

Il film comincia con il piglio decisamente giusto, possiede un dinamismo espositivo che ricorda in alcuni punti Scorsese e il suo montaggio serrato ed elegante tipico di film come Casino e Quei bravi ragazzi (senza però eguagliarlo, intendiamoci). Purtroppo però si perde man mano procede con lo sviluppo della storia. È il classico film che è costruito per sfociare nel colpo di scena e questo lo rende di per sé, per così dire, prevedibile, ma tale prevedibilità è da imputare al tipo di film in questione e non (totalmente) al film in sé. Procede in maniera spedita e con momenti di raffinato virtuosismo visivo, soprattutto nelle fasi più oniriche che avvicinano il protagonista alla risoluzione del mistero. Poi però il film si complica diventando un’esibizione di contorsionismo narrativo, che ha come maggiore pecca quella di avere nella sua seconda parte, non un momento di svelamento, bensì un accumulo di momenti scioccanti che finiscono per confondere le idee allo spettatore. Nonostante si tratti di un complesso ingranaggio ad incastro, a tratti anche pregevole, finisce però col perdersi in spiegazioni e rimandi alla prima parte riducendo così la seconda parte ad un appendice della prima, nella quale vengono presentate soluzioni narrative e sviluppi della storia non sempre azzeccati e talvolta eccessivi nella loro volontà di stupire e nella poca attinenza con il resto della storia. Rimane comunque un grande sfoggio di talento visivo, con giochi di specchi, immagini deformate e suoni che sono funzionali all’atmosfera distorta del film, ma che alla lunga risultano essere elementi puramente scenografici presentati in maniera a volte compiaciuta, finendo così col perdere la carica incisiva e la chiarezza con la quale erano stati utilizzati in precedenza. I personaggi non sono quello che appaiono anche se nemmeno loro sembrano saperlo, ma questo elemento che inizialmente incuriosisce e non poco, alla lunga fa perdere il filo della storia e disaffeziona il pubblico al protagonista, lasciandolo più contrariato che intrigato. Quindi il film ha nelle sue corde la possibilità di affrontare e sviluppare un tema elaborato e complesso, come quello relativo ai lati oscuri della psiche e all’indipendenza di quest’ultima dalla volontà umana, ma purtroppo finisce col fermarsi alle soglie di questo discorso. Il regista Danny Boyle sembra ignorare la concreta possibilità di ampliare gli orizzonti della sua pellicola e si lancia così (come è suo diritto) in uno sviluppo narrativo che presta particolare attenzione alla suspance e alla tensione crescente (elementi per lunghi tratti ben utilizzati), ma proprio il mancato sviluppo del suo tema fondante impoverisce la pellicola, negandole profondità. In definitiva si tratta di un film che ha nella forza visiva e nell’originalità del tema trattato i suoi punti di forza, ma che ha nell’impianto narrativo fin troppo ingarbugliato, nella mal gestita ambiguità del protagonista (e dei personaggi che gli ruotano attorno) e nel mancato sviluppo dei suoi temi centrali i suoi limiti più evidenti.

Voto 5

G.P.

martedì 27 agosto 2013

Monsters University - Recensione



Trama

Il piccolo Mike Wazovski, mostro monocolo minuto ed emarginato, sogna di diventare uno spaventatore. Si iscrive alla facoltà di spavento, dove non si fa scoraggiare dalle sue misere doti fisiche e si impegna con tutto se stesso per emergere. Entrerà però ben presto in conflitto con un altro aspirante spaventatore, discendente di una grande famiglia di spaventatori: James P. Sullivan. Rischiando entrambi di essere espulsi dall’università a causa di una bravata, dovranno vincere una gara di spavento a squadre per potervi rimanere, come pattuito con la preside, e per farlo dovranno allearsi. La gara si rivelerà però assai complicata, sia per le difficoltà pratiche della squadra, sia per l’ostilità con gli altri team, e di uno in particolare.

Recensione

Il film parte e si sviluppa come un normale film a sfondo universitario, una sorta di Animal House in versione cartoon (al quale gli autori si sono ispirati), non avvicinandosi però alla poesia che era presente nel film precedente, datato 2001. Infatti, seppur ben costruito e collaudato a misura di bambino (ma fruibile anche dagli adulti come è nella tradizione Disney e Pixar), inizialmente sembra non avere quella profondità che lo farebbe sembrare qualcosa di più di un semplice cartoon. Ma nello sviluppo della storia c’è spazio per un inversione di rotta che trasforma il film in una parabola sull’accettazione di sé, sull’amicizia impossibile che germoglia ugualmente, sul riconoscimento della propria unicità e sul valore dell’adattamento e della tenacia. Lontano da quelle commediole demenzial- adolescenziali, della serie: l’incorreggibile sfigato si riscatta diventando una sorta di James Dean spavaldo e sciupa femmine (parecchio improbabile). I presupposti e gli ingredienti sono quelli (almeno per quanto riguarda la figura dell’inadatto che cerca di non sentirsi fuori posto, visto che qui il lato sentimentale non è preso in considerazione), ma vengono amalgamati con sapienza sopraffina e serviti nel finale, dando al film quella profondità che sembrava mancargli. Ed in prospettiva questa storia potrà fare meglio ai bambini se assimilata attraverso questo film piuttosto che buttarla giù come un cocktail attraverso un film del genere sovra citato. E anche agli adulti rassegnati potrà regalare un po’ di saggezza sull’argomento, allontanandoli dal disincanto che può sopraggiungere quando l’era dei balocchi è ormai finita; tutto ciò senza però cadere nel buonismo, che comunque è sempre in agguato in questo genere cinematografico, poiché si sa mimetizzare bene tra i colori sfavillanti del cartone animato.
Il rovesciamento caratteriale dei due protagonisti rispetto al film del 2001 (ma anche la loro conservata complementarietà) permette alla pellicola di esplorare territori nuovi, contrariamente a quanto il film precedente sembrava poter permettere. I personaggi infatti vengono utilizzati in maniera originale ed imprevedibile, andando a scombinare l’idea che ci si era fatti di Mike e Sulley , cambiando loro il carattere e arrivando addirittura a invertirne i ruoli. Lo stesso Randall, la lucertola camaleontica che diverrà l’antagonista della coppia di mostri, spiazza nella nuova veste di studente incerto ed insicuro. L’assenza di un antagonista ben definito e minaccioso non indebolisce la trama: come scelta si adatta infatti al tipo di film che va a delinearsi, in cui la sfida è legata alla messa a fuoco dei propri desideri ed aspirazioni, volta ad una maturazione personale ed ad una ricerca di identità, che fa della difficoltà di crescere e di maturare il vero ostacolo da superare per potersi definitivamente svelare e scoprire come adulti. Come a dire che l’adolescenza e la giovinezza sono periodi già abbastanza duri per essere caricati con la presenza di un arcinemico in stile Marvel, piuttosto si addice loro una presenza meno minacciosa e più disturbante (come il rettore dell’università o la confraternita rivale) che mette in discussione le qualità dei due protagonisti, testando la loro grinta, determinazione e volontà.
Niente di nuovo per quanto riguarda la descrizione del mondo dei mostri, con il ribaltamento delle leggi estetiche che fanno del ribrezzo e del disgusto gli elementi di attrattiva, mantenendo però
come metro di valore nella gerarchia del mondo tardo adolescenziale la prestanza fisica, il successo nell’impiego e l’abilità di spaventare, più o meno gli stessi criteri che circolano nel mondo al di là delle porte della fabbrica di spavento di Mostropoli (il nostro mondo, per intenderci). In definitiva siamo leggermente sotto al suo predecessore per quanto riguarda la compattezza strutturale e il livello di profondità, ma si tratta comunque di un buonissimo film che riserva al finale il suo lato più profondo e tenero, nonostante entrambi siano però latenti nel corso di tutta la pellicola. Il divertimento è assicurato per i più piccoli, i richiami ed i riferimenti a Monsters and Co. sono molteplici e doverosi e forse più alla portata dei grandi. Il raccordo tra le due pellicole è riuscito, soprattutto per quanto riguarda l’evoluzione dei personaggi e della loro storia, i loro cambiamenti danno così originalità al film diventando anche efficaci elementi comici ed arrivando addirittura talvolta a suscitare grande sorpresa. Stupisce proprio per come il film sa mostrare che le cose spesso vanno in maniera totalmente inaspettata rispetto a come il personaggio (o lo spettatore) se le era immaginate, ed anche questo è indubbiamente un elemento di grande realismo, tipico di un’idea di cartone animato ormai adulta. Un film degno della ditta Disney e Pixar che va ad accostarsi ad una lunga sfilza di altri grandi film da lei prodotti, ancor più apprezzabile se si tiene conto che si tratta del secondo capitolo in ordine di realizzazione e quindi ben più difficoltoso da ideare, poiché vincolato (in questo caso in particolare) ad un capostipite decisamente importante e riuscito.

Voto 8-


G.P.

lunedì 19 agosto 2013

La Notte del Giudizio - Recensione



Regia James DeMonaco

Attori Ethan Hawke, Lena Headley, Adelaide Kane, Rhys Wakefield

Trama

Stati uniti, 2022. Il governo americano ha varato una legge drastica per contenere la criminalità: una notte all’anno è legale compiere qualsiasi tipo di reato. In questo modo, concentrando i tutti crimini in dodici ore, paradossalmente l’America ha raggiunto la prosperità. La famiglia Sandin, composta dal padre James, venditore di impianti di sicurezza, madre Mary e i due figli Zoey e Charlie, si sta preparando alla notte dello “sfogo” barricandosi in casa, ma quando il figlio apre le porte ad un barbone che sta fuggendo da una banda di teppisti, questi ultimi intimano alla famiglia di consegnare loro il fuggitivo. Ha inizio così una notte spaventosa per la famiglia benestante, che sarà combattuta tra il consegnare l’uomo e proteggerlo, preparandosi così a difendersi dagli attacchi degli intrusi.

Recensione

La premessa di questo film apre sicuramente un infinità di domande che animerebbero dibattiti infiniti, come si nota in sottofondo in alcuni stralci del film. Ma il film in questione è un thriller claustrofobico che sfocia in horror non appena compare il gruppo di ragazzi, probabilmente dell’alta borghesia cittadina, che improvvisa in maschera un’allegra carica alla famiglia Sandin. Ricorda Arancia Meccanica per l’uso delle maschere e il fare scanzonato ed infantile (perlomeno nel linguaggio) e lo ricorda ancora di più quando il capobanda si toglie la maschera: una sorta di Alexander De Large che riesce a risultare incredibilmente più inquietante, indemoniato e disturbante dei suoi compari mascherati. Perché in fondo è qua che risiede l’escamotage narrativo che accende la miccia della tensione: la violenza è liberata come un fiume privo dalla propria diga, che si solleva non lasciando scampo. La distorsione delle leggi dell’uomo si traduce in un’efferatezza legalizzata, tanto spaventosa nell’esecuzione quanto innocente e legittima nell’ottica finalistica dello stato (e di conseguenza anche agli occhi della gente, che aderisce allo “sfogo” anche per paura di ritorsioni): raggiunge un livello di atrocità senza pari la frase pronunciata dal capobanda: “Ci lasci entrare a prenderlo, è un nostro diritto!”. Ad acuire tale ferocia ci sono gli atteggiamenti infantili che assumono i componenti del gruppo, rivelando così una sorta di istinto innato alla violenza, che fa regredire chi la compie a bambino privo di qualsivoglia nozione etica, che agisce quindi per istinto. La suspanse viene creata utilizzando gli elementi classici del genere come la luce che viene tolta, e il senso di claustrofobia viene aumentato dall’impossibilità di fuga e dall’obbligo di affrontare gli intrusi. Questa tecnica, abusata in questo genere di film, colpisce nel segno poiché la tensione è palpabile e le atmosfere serrate trasformando ben presto questo thriller in un horror terrificante. Il tappo che salta tramutando l’altro, anche più prossimo, in un bersaglio o in un assassino, porta con sé una componente di irreversibilità che rivela l’espediente dello “sfogo” in tutta la sua insensatezza e schizofrenia. L’unico della famiglia che si oppone, per quanto gli sia possibile, è il figlio minore, che fa entrare il reietto in casa. Messi a contatto con l’atrocità concreta che questa legge comporta, anche il resto della famiglia però si renderà conto dell’effettiva assurdità di tale pratica, e solo allora saprà schierarsi apertamente, preparandosi così all’incursione nella villa da parte della banda. Il finale spettrale ed agghiacciante sembra testimoniare l’incompatibilità di una legge tanto assurda con l’indole umana, nonostante sia proprio quest’ultima ad averne fatto sentire la necessità, ed è proprio questa dicotomia che rende la questione tanto assurda quanto controversa. Il silenzio che pervade questa scena tratteggia un finale lugubre che ha nel sorgere di un nuovo giorno la manifestazione di un inquietudine strisciante che non si placa, facendo così da contraltare e da eco, con la sua freddezza glaciale, a tutta la violenza vista durante il film.
Alcuni elementi che si concludono in maniera frettolosa, come la vicenda del fidanzato della figlia per dirne uno, non rovinano però un film che risulta compatto e che ha nella breve durata (80 minuti circa) un punto di forza, poiché la concentrazione della violenza in così poco tempo, ed il suo improvviso scomparire, rendono più solido il film e più incisivo il discorso. Un espediente che avrebbe potuto far alzare ulteriormente la tensione avrebbe potuto essere la presenza di un timer, in un angolo dello schermo, così da permettere allo spettatore di poter sapere dopo quanto “la partita si sarebbe conclusa”. Nel complesso si tratta di un film che spaventa e che sa porre domande profonde, provocando lo spettatore e lasciandolo, alla fine della proiezione, con qualche quesito in più in testa.

Voto 7


G.P.

sabato 10 agosto 2013

Uomini di Parola - Recensione



Trama

Dopo essere uscito di galera, Val (Pacino) viene accolto da Doc (Walken), un vecchio amico e “collega”. I due cominciano a ricordare gli anni passati, trascorrendo una serata che ha come scopo quello di far tornare Val alla vita vissuta, fatta di bar bevute e donne. Ma Doc ha il compito di uccidere Val, incarico assegnatogli da un boss della zona, desideroso di uccidere Val poiché quest’ultimo sarebbe stato la causa della morte del figlio. Così, rivelato a Val lo scopo del loro incontro, i due rintracciano Hirsch (Arkin), una mago della guida, e lo ritrovano all’ospizio dove vive da qualche tempo e, tra un furto d’auto ed una notte trascorsa in dolce compagnia, i tre decidono di architettare la fuga.

Recensione

“Cos’hai intenzione di fare?" - "Finire il liceo”. Una frase del genere pronunciata da tre ex malviventi al tramonto delle loro esistenze, potrebbe essere la sintesi di quello che questo film avrebbe potuto essere: disincanto e malinconia misti ad ironia e senso del comico. Il film parte da uno spunto molto promettente, allacciandosi al filone nostalgico della serie “quando eravamo giovani”, ma purtroppo sembra rimanere sempre in bilico, non concedendo quasi nulla alla malinconia e lasciando poco spazio alla comicità. Infatti quest’ultima è espressa stancamente da qualche situazione comica, come l’erezione infinita di Al Pacino, o le droghe che negli anni sono state sostituite dai farmaci, intervallate da qualche boccata di ossigeno, presa direttamente dalla bombola. Di ben altro spessore avrebbe potuto essere l’approccio alla situazione “vecchiaia”, che avrebbe dovuto comprendere una riflessione più profonda sul tempo che passa. L’incombere della morte invece è più esplicito, espresso dall’impianto narrativo, che la vede aleggiare costantemente sulla testa di Val, per poi manifestarsi in maniera più concreta. Gli attori ricalcano fedelmente i rispettivi stili recitativi, non scadendo nell’abuso (come ha fatto De Niro per tutta la prima decade del 2000), evitando così di correre qualche rischio. Al Pacino rimane il solito istrione dalla camminata sbilenca, dal ciuffo intrattabile e dall’occhiata feroce e Walken (l’indimenticabile Nick de “Il cacciatore”), mantiene i suoi sguardi lunghi e freddi per poi scongelarli, quando l’azione volge al termine, senza mai però scioglierli del tutto, Arkin invece, recita leggermente sotto tono, caratterizzando un personaggio lucido al volante, freddo nell’approccio, ma irrimediabilmente immalinconito dal tempo: insomma, sembra che sui tre premi Oscar si sia adagiata un po’ di polvere, ma si sanno far riconoscere e sanno ancora, a tratti, accendere la scintilla. Altro punto debole del film: il finale. Su tutto il film aleggia lo spettro della morte, ma un finale poco incisivo rimanda tutto ad un “chissà “ (e qui mi fermo…). Il trailer poteva riportare alla mente i film di Clint Eastwood, con le loro luci morbide e sfumate e con l’incombere persistente del passato sul presente e il bisogno di una redenzione tardiva e forse impossibile, al quale tra l’altro sembra far riferimento in alcune situazioni (l’acquisto dell’abito al termine del film richiama il medesimo gesto di Walt Kowalsky in Gran Torino): invece qui l’attesa viene delusa a causa di un prodotto che non ha la profondità adeguata, risultando, tutto sommato, una discreta commediola mista ad un po’ di azione sgangherata, che si limita quindi ad essere un racconto qua e là divertente, senza mai però affondare il colpo, evitando sempre di prendersi seriamente. Non ha però soltanto lati negativi: è un film che a tratti sa divertire, che regala momenti piacevoli, e divagazioni impreviste (anche se non sempre azzeccate: come l’episodio della ragazza trovata nel bagagliaio), gag e battute indovinate (la confessione in chiesa, per dirne una) e momenti di reale commozione. Un film che si può vedere tranquillamente, senza la necessità di una concentrazione eccessiva, che ha nella leggerezza (un po’ casuale e forse non del tutto voluta), l’elemento che lo rende fruibile e divertente, ma che al termine della proiezione lascia l’impressione che avrebbe comunque potuto trattarsi di qualcosa di più.

Voto 6-

G.P.

domenica 7 luglio 2013

After Earth - Recensione



Trama

In un mondo devastato da terremoti e sciagure di ogni tipo il genere umano è stato costretto a spostarsi su Nova Prime. Cypher Raige (Will Smith) è il comandante decorato a bordo di una navicella mandata in perlustrazione nello spazio assieme a suo figlio Kitai (Jaden Smith), cadetto rimandato della scuola militare. Deciso a seguire le orme del padre, Kitai, spinto dalla madre, viene imbarcato a bordo della navicella col padre, ma quando una pioggia di meteoriti colpisce l’astronave gli unici due superstiti sono proprio padre e figlio. Atterrano fortunosamente su un pianeta apparentemente selvaggio: la Terra. Qui ogni cosa si è evoluta per proteggersi dall’uomo. Purtroppo per salvarsi i due dovranno recuperare un marchingegno rimasto sulla parte posteriore della navicella, che si è spezzata in due parti che si trovano a circa 100 km di distanza. Immobilizzato da una frattura alla gamba Cypher ordina al figlio di andare a raggiungere l’altra parte della navetta spaziale, con l’aiuto di una tecnologia avanzata che permetterà ai due di rimanere sempre in contatto. Ma nonostante i suggerimenti del padre Kitai sarà solo in questa avventura, in cui un suo eventuale fallimento comporterebbe la sua morte e quella di suo padre.

Recensione

La trama può scoraggiare gli spettatori non appassionati di fantascienza, ma il film in questione non è soltanto un film di genere. Come capita in questi anni i generi si mescolano, ed una storia visivamente fantascientifica, si rivela essere in realtà una sorta di romanzo di formazione. La struttura del film ricorda molto di più invece un thriller, per la precisione il thriller di Alfred Hitchcock la finestra sul cortile. Lo stato di immobilità del padre, unito alla tecnologia a sua disposizione, fanno si che questo film assomigli per progressione narrativa e momenti di tensione al capolavoro del maestro del brivido. Lo spettatore è quindi l’occhio del padre che pedina le azioni del figlio. Contrariamente alla finestra sul cortile, però questo espediente risulta presente di più nella prima parte, mentre nella seconda l’inattività del padre è più uno stratagemma per innalzare il pathos, ma diventa un’occasione per far maturare la sua fiducia nei confronti del figlio. L’occhio del padre nella sua più totale parzialità infatti tradisce quasi subito la pretesa di controllo totale di cui sembra volersi fare portatore, trasformando quindi il film in una parabola sul distacco e sulla crescita del figlio e sulla possibilità di un’eventuale successione al padre in un futuro prossimo. Il film è anche attraversato da sporadici momenti di suspance misti a horror (il sogno in cui il protagonista immagina la sorella morta) che sono il marchio di fabbrica del regista, m. night shiamalan, che non è nuovo a momenti di tensione altissimi, disseminati qua e là all’interno dei suoi lungometraggi. Il senso di desolazione che dà la storia e l’ambientazione sono resi bene dai colori, smorti e lugubri. L’odissea del ragazzo è tormentata e travagliata, ma ricca di insidie che daranno vita alla maturazione di quest’ultimo. È anche un film sulla paura e sulla sua effettiva valenza: esiste davvero o è un nostra invenzione, propensione o campanello d’allarme per proteggerci dal circostante? Ovviamente essendo un film che può definirsi di formazione, lo sviluppo e la maturazione del figlio non mancheranno, e ad essi si accosterà una maggior fiducia da parte del padre, che migliorerà il rapporto tra i due: quindi su questo fronte niente di originale, niente che possa sovvertire i canoni del genere, ma semplicemente li rispetta con molto rigore, accogliendo però lo stile particolare e riconoscibile (solo a sprazzi però, in questo film) del suo regista. Gli scenari sono preistorici e il cielo è spesso cupo, e se sereno non è di certo rassicurante. L’abbondante uso degli effetti speciali non oscura il film come capita spesso in questo genere di pellicole, ma si accosta alla storia, diventando funzionale ad essa. In definitiva un film non originalissimo (può ricordare Il pianeta delle scimmie ed Apocalypto per struttura ed
ambientazione), ma che si fa vedere in maniera abbastanza scorrevole senza picchi né troppo alti ne troppo bassi di spettacolarità o di noia: un film modesto, ma godibile.

Voto 5/6

G.P.

lunedì 3 giugno 2013

La Grande Bellezza - Recensione



Trama

Jep Gambardella (Toni Servillo) è uno scrittore di 65 anni, che si occupa di articoli mondani e che trascorre la sua vita passando da una festa all'altra. Si era trasferito a Roma all'età di 26 anni, e giunto nella capitale comincia a frequentare feste e party. Un tempo aveva ambizioni da scrittore, infatti in gioventù scrisse L’Apparato Umano, libro che riscosse un discreto successo. Oggi invece si lascia prendere dall'incanto che Roma gli offre e si abbandona allo squallore a cui una vita senza scopo può condurre. Ha un amico, Romano (Carlo Verdone) che lo asseconda in tutto e che nonostante la differenza di cultura e di intelligenza che li separa, lo ammira e lo stima sinceramente. Durante le sue notti incontra intellettuali, che ospita sulla sua terrazza, e incontra anche Ramona (Sabrina Ferilli) la figlia di un suo lontano conoscente, alla quale sembra affezionarsi. Nel frattempo riceve anche la notizia della morte di sua ex fidanzata, lasciata quando erano ancora giovani. Continua così la sua esistenza cercando di resistere alla desolazione che lo opprime.

Recensione

È stato fin da subito paragonato alla Dolce Vita di Fellini per il soggetto, molto simile, e per il protagonista e la sua funzione di tramite tra pubblico e ambientazione, senza contare alcuni richiami espliciti.
Il mondo descritto è un mondo che non progredisce, intento com'è a specchiarsi: tutti si specchiano nella speranza di conservarsi, cercando invano di riprodurre ciò che è stato le sera prima e la sera prima ancora. Un mondo chiuso che è in cerca della sua coda e che, dopo averla addentata, la consuma con la foga di chi vuole ostinatamente bastare a se stesso; un trenino festante e ubriaco che parte spontaneamente per poi deragliare poco più in là. La festa diventa quindi un momento di isolamento collettivo, in cui se si raggiunge la consapevolezza di questa situazione e non si ha la forza di superarla e quindi, si diventa consci della propria imbalsamatura, arrendendosi ad una vita che non può che essere sempre simile a se stessa. La Roma descritta è una statua di marmo, levigata e bianca, imperturbabile, immutabile: cadaverica. E l’eternità che richiama con la sua presenza possente e solenne è la stessa alla quale mirano i personaggi annichiliti che popolano queste feste che hanno luogo negli attici situati nella zona ricca della città, dove la noia si lascia sentire meglio che in altri luoghi. Il richiamo al sacro è evidente e si mescola al profano, in una comunione di ritualità non poi così distanti, che hanno come radice la volontà di conservarsi.
La commozione del protagonista emerge però inaspettata, facendo capolino dalle crepe di un’emotività atrofizzata, e andandosi a chiamare, ripescandosi sotto forma di ricordo giovanile, sepolto da anni da luci e bicchieri lasciati alla pazienza di chi poi, di mattino, dovrà ripulire. La scena del ragazzo che si fotografa quotidianamente (continuando l’abitudine del padre che lo fotografava ogni giorno, fin dal giorno della sua nascita), per esempio, lo commuove: forse perché accostando il suo mondo, basato su un’apparenza frivola, al mondo del ragazzo, che nell'apparenza vede la volontà di un’auto scoperta e che rivendica lo specchiarsi come un meccanismo per cogliere la propria evoluzione e non per registrare la tanto superficiale rincorsa alla giovinezza (mai) ritrovata, riscopre le radici di una sensibilità che gli è propria, mai del tutto sommersa, che da anni non riusciva a cogliere in maniera così nitida.
Il film, pur non avendo una trama vera e propria, regge bene, riempiendo le due ore abbondanti che lo compongono. La solitudine dell’uomo è ben rappresentata e magistralmente incarnata da Toni Servillo. La natura dei suoi rapporti sociali è descritta in tutta la sua sterilità e il suo disincanto è colto ed analizzato a partire dalla sua radice più profonda: tutto ciò fa sì che il film si imbatta in temi universali senza perdere mai le redini, quasi come se la pellicola fosse la fenomenologia di una vita mancata, ma che si ritrova proprio nella consapevolezza di esserlo, pur non trovando, comunque, un suo compimento a causa di una volontà pigra, che lo relega ad una dimensione contemplativa, troppo povera quindi per essere completa.
Lo stile del film è tutt'altro che classico: lavora molto su traiettorie di camera elaborate, angolature particolari e un montaggio che nelle parti, per così dire, festaiole appare rapido e serrato, a riprodurre un’atmosfera forsennata. Si fa più morbido, invece nelle scene contemplative o in quelle dedicate al ricordo.
Lo stile di Sorrentino risente sempre del suo tocco grottesco, che però, se ben bilanciato, finisce con l’essere un elemento non solo decorativo, ma connotativo della storia e dei personaggi. A volte sembra voler eccedere e il grottesco sconfina nel ridicolo (per esempio la scena della Ferilli che nuota in piscina con la ciambella) in altre invece riesce ad essere incisivo e dissacrante con una freddezza incredibile, centrando il bersaglio con la maestria dell’arciere consumato (la scena del ritocco estetico, per dirne una).
I personaggi descritti sono pezzetti di un collage che si incastrano alla perfezione, e quelli più prossimi al protagonista, che gli gravitano attorno in qualità di amici o confidenti, sono di fatto gli uditori e i testimoni del disfacimento di Jep e sono ben caratterizzati (soprattutto Romano, interpretato da Verdone, in un ruolo inedito), bravi nel non eccedere e nell'assecondare la stanchezza che il protagonista porta con sé. Infine Servillo è camaleontico nell'assumere toni e espressioni che il suo stesso personaggio indossa come un indumento per mimetizzarsi dentro la fauna che ogni sera si accinge a frequentare. È magistrale quindi nel conferire al personaggio quel senso di vacuità e al contempo quella debordante sensibilità, che con l’andare degli anni è diventata un cadavere fatto di aspirazioni e di rimpianti, che potranno riprendere vita solo con l’abbandono a quello stupore davanti al quale Jep sembra volersi arrendere, in alcuni toccanti stralci del film.
Da notare l’ultima inquadratura, chiaro riferimento alla Dolce vita, ma decisamente differente nella durata e nel messaggio.
Un grande film che sa descrivere “gli sparuti e incostanti sprazzi di bellezza” e “lo squallore disgraziato” che “è l’uomo miserabile”. Un film che non si fa manifesto solo di un’epoca in disfacimento come la nostra, ma che attraverso l’analisi dell’uomo moderno scava a fondo raccordandosi con la sua essenza più desolata e desolante, avvicinandosi a quella che è la comprensione dell’uomo in sé e accostando l’orecchio a quella che è la sua anima o a ciò che ne rimane.

Voto 9

G.P.